Clicktivism

Dal sito del Collettivo Latrones.

Persone che si incrociano, che si sono incrociate, con le loro intelligenze, le loro capacità di inventiva. Si incrociano, si scontrano, a volte rimbalzano, perchè l’urto è elastico. Si sono incrociate nelle piazze, nelle strade, in lunghe riunioni in case private o locali pubblici. Si è sempre chiamato “attivismo”, fa parte del fare politica.
C’è stata l’era dei collettivi, quella dei consigli di fabbrica, quella dei centri sociali. Poi è arrivata Internet, e sono arrivati degli strumenti utilissimi: i wiki, i blog, le web-radio. Poi sono arrivati i social network, ed è rimasto il deserto. Piazze svuotate, non solo quelle reali ma anche quelle telematiche, sembra paradossale ma è andata così.
Dopo il 2008, è declinata l’era del blog. Il perchè è semplice: perchè per fare social con i blog c’è bisogno di scrivere, e soprattutto di leggere gli altri, e pare che mediamente questo sia diventato faticoso. Molto meno faticoso è interagire in altri modi: taggami-reqqami-addami. E via con i social network che danno l’illusione di comunicare (spesso rimorchiare) più facilmente, e se a casa hai un portatile e l’access point wireless, o un tablet o uno smartphone, puoi farlo anche mentre sei seduto sul cesso e stai cagando.
E allora con buona pace per tutti, anche l’attivismo telematico ha contribuito a svuotare le piazze, a limitare l’attivismo reale, ridotto ad una piccola nicchia autoreferenziale, dove ci si legge vicendevolmente, e spesso ci si legge addosso, all’interno della nicchia stessa.
I meccanismi forzati (da parte dei social network) di interazione (ancora quel taggami-addami-reqquami e tutte queste minchiate che tanto piacciono) si sono ridotti a cliccare su due tasti: un “mi piace” e un “condividi”, con i quali si autoassolve la propria coscienza, e ci si illude di essere persone attive e che partecipano ad un’ampia discussione civile. Senza muoversi di casa, in realtà sempre più lontani dal mondo reale. Per quanto riguarda i social network, dove anche l’interazione tra persone è instradata, producono e iniettano nelle relazioni umane i modi di fare e di relazionarsi: è l’ennesimo network che disgrega, ghettizza, emargina. Come l’eroina.
Tra l’altro dietro tutto questo c’è una rovina maggiore (che è anche une deviazione pericolosa): quella di prendere queste tecnologie come garanzie di funzionalità e soluzioni di problemi che risalgono a ben altre cause sociali e umane, sistemiche.
Così, grazie alla palese disalfabetizzazione non solo informatica, ma anche tecnica, della gente, i più famosi social network sono riusciti ad incrementare il processo di disgregazione delle comunità locali, ad alimentare l’illusioria gratificazione del click, quella soddisfazione di non aver bisogno di essere “umani”, reali, per essere amici, per far parte di una stessa comunità, umana prima ancora che di attivisti.
Occorrerebbe riavvolgere il tempo. Tornare indietro. Quando si sbaglia tutto, occorrerebbe tornare indietro, no? Tornare indietro e prendere un’altra strada. Smetterla di considerare dogma quel luogo comune, usato spesso in politica e nei rapporti interpersonali, che dice “indietro non si torna”. Tutta la società dovrebbe tornare indietro. Il grande spettacolo della società moderna ci ha tutti messi dentro, fino al collo. A turno, siamo attori e spettatori. Invertiamo le parti, ora guardando a bocca aperta, ora facendoci guardare dagli altri. All’interno della carrozza di cristallo ci siamo entrati tutti, pur sapendo che si trattava di una zucca. L’illusione della fata ha ingannato la nostra coscienza critica. Adesso dobbiamo stare al gioco. Almeno fino a mezzanotte, quando la carrozza di cristallo dovrebbe tornare a diventare zucca.
Morale della favola: come ogni buon prodotto/servizio, i social network si sono infilati in un vuoto, che in questo caso è il vuoto relazionale di persone che hanno orari sempre più standardizzati, relazioni e rapporti sempre più standardizzati, “amicizie” sempre più standard, modi di vestire, mangiare, guardare, comprare, cacare e scopare sempre più standard. Un vuoto relazionale che diventa vuoto anche ideologico, ma soprattutto vuoto di idee e di modi di vedere la vita. L’importante è che resti il vuoto.
Una volta c’era la partecipazione, quella reale, quella di gruppo, si chiamava attivismo, poi è arrivata la rete, ed è nato il cyber-activism, ora ti basta cliccare un “mi piace”, condividere, e hai la coscienza a posto, che il tuo l’hai fatto. E’ arrivato il clicktivism. Le piazze restano vuote. Il potere ringrazia.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in movimenti, provocazioni, riflessioni. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...