Un tanto al chilo

La versione “circostanziata” è su Altrenotizie. Qui invece racconto la versione per il Collettivo Latrones.

Anche ai Re può succedere. Succedere cosa? Che ad un certo punto ci si trovi spalle al muro e venga fuori quel che già si sa da anni. Ma se quel qualcosa esce fuori, si finisce in galera.
E’ successo stavolta al Re della mozzarella, quella di bufala campana D.O.P., quel Giuseppe Mandara di Mondragone che per anni è stato il solo, o quasi, a far arrivare i suoi prodotti in tutti i centri commerciali nord-italiani ed europei. Già, il solo o quasi, grazie ad un monopolio camorristico articolato fin dalla nascita.
Mandara, nel casertano e in varie zone del napoletano lo conoscono tutti, ai primi anni ’80 aveva solo un piccolo caseificio, e non un impero. Una piccola azienda anche in gravi difficoltà, quasi sul punto di chiudere. A salvare l’azienda non fu certo il credito di una banca cooperativa, o l’intervento dello Stato a tutela dei posti di lavoro, ma il clan del La Torre, all’epoca dei fatti dominanti sulla piazza di Mondragone. L’intervento fu un’immissione di liquidità di 700 milioni di lire, dell’epoca, che consentirono a Mandara di sbaragliare la concorrenza e costruire rapidamente il suo regno. Prima divenne la principale rete di caseifici e punti vendita della Campania, poi iniziarono a partire i camion verso il resto d’Italia (e dintorni). Al momento del sequestro di tutte le attività, il gruppo Mandara esportava in Italia e all’estero circa duecento quintali di mozzarella di bufala al giorno, mozzarella che giunge anche negli Usa, Giappone, Russia e Nuova Zelanda.
Prezzi più bassi rispetto agli altri, grazie alla rete camorristica che offriva “sconti particolari” ai centri commerciali del nord, in cambio del non vendere prodotti della concorrenza, reparti interi con soli prodotti Mandara. Un vero e proprio monopolio ottenuto senza le solite intimidazioni, sparatorie, e tutte quelle cose “vecchie” da mafie di “bassa lega”, ma quella camorra fatta imprenditoria, costituitasi in Società per Azioni, grazie alla grossa dose di capitali liquidi, esentasse e di provenienza illecita, che ha costituito quel “quid” in più, rispetto agli altri produttori soggetti a fidi e finanziamenti di gruppi bancari sempre meno disposti a concedere liquidità alle aziende in tempo di crisi.
E per aumentare costantemente il giro d’affari, occorre incrementare la produzione la distribuzione di merci. Quindi, che male c’è a spacciare per D.O.P prodotti realizzati con processi non coperti da nessuna D.O.P. E se si rompe una vasca per la produzione di mozzarella, e le scaglie di ceramica finiscono nell’impasto, che male c’è nel confezionare lo stesso il tutto, e spedirlo sul mercato estero, favorendo quindi la tanto decantata propaganda del “Made in Italy”?
Le accuse sono associazione per delinquere di stampo camorristico e reati in tema di tutela della salute pubblica. Ma la potremmo anche vedere da un punto di vista opposto: una perdita per un territorio già impoverito, altri posti di lavoro che se ne vanno, un indotto (allevatori, trasportatori) già allo stremo che rischia di morire, una D.O.P. campana in più che rischia di crepare.
Pertanto, i sequestri e gli arresti non bastano, e non saranno certo loro a migliorare la Campania. Per migliorare davvero, ci sarà solo da dissequestrare al più presto i caseifici ed i punti vendita, e far ripartire produzione e distribuzione (e quindi occupazione e reddito), magari in mani più pulite, meno scorrette rispetto alle regole. La soluzione può essere una sola: trasformare l’attività illecita in attività sana.

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