L’individuazione

Questo post è il seguito naturale dei due post precedenti. Pertanto chi si connette solo ora fa meglio a cominciare dal principio…
 
Ho perso il conto del numero di volte. Ciascuna di quelle circa 600 immagini mi è passata tra le mani chissà quante volte. Ho memorizzato quei volti, quelle sagome, quelle persone. Morti dell’800, del ‘900, e probabili vivi. Ma tutto questo lavoro non è certo mio. E’ stato un lavoro di squadra, fatto da S. e P., dal Dottor K. ed io. Senza questo team sconosciuto ma rivelatosi perfetto e pieno di entusiasmo, mai nessuno di noi, singolarmente, avrebbe potuto in pochi giorni fare tutto questo. Già, ma tutto questo cosa? Semplice: partire da delle centinaia di foto antiche trovate in un cassonetto della raccolta differenziata (della carta), ed arrivare in appena 5 giorni (ma non ci abbiamo lavorato certo tutti i giorni…) ad individuare con certezza chi ce le ha messe. Ma partiamo dal principio, anzi da dove eravamo arrivati con lo scorso post.
 
S. mi ha aperto la porta di casa, e sul tavolo ho visto due raccoglitori per fotografie, ha catalogato (per ora) tutto ciò che va dal 1950 in poi. P. ha lavorato all’identificazione delle persone, io e il dottor K. abbiamo invece ricostruito l’albero genealogico, dal principio (circa 1880) ad oggi. Abbiamo sistemato nel diagramma generazionale 32 persone, di cui solo 3 ancora senza nome (a partire dal 1969, hanno smesso di scrivere saluti, appunti e firme dietro le stampe). Con quelle 600 fotografie, scattate in casa, all’aperto, sul luogo di lavoro, abbiamo ricostruito gli eventi in modo tale da sapere tutto di loro. Talmente tutto che ci è rimasta ancora l’ultima domanda: “Perchè?”
Perchè tutta questa ricchezza, tutti questi ricordi, sono stati gettati nel cassonetto della differenziata senza neanche essere chiusi in un sacchetto?
 

 

So tutto di loro. Al punto che guardo le foto e li chiamo per nome. So tutto di una donna nata nel ’24, so che è figlia di una di due sorelle, so i nomi di entrambe, ma non c’è ancora la certezza su quale delle due sia la madre. Ed io guardo ancora quella foto, sbiatita e oramai virata sulla tonalità seppia, di quella prima comunione nel 1929, guardo la bimba negli occhi e le chiedo ad alta voce: “Di chi sei figlia? Certamente di una di queste due, ma di chi?”
Abbiamo davanti tutta la collezione del signor Francesco D. (che abbiamo scoperto essere morto da parecchio tempo, in realtà, e non da pochi giorni come avevamo immaginato “a caldo”). Abbiamo studiato quella saga familiare, io e il dottor K. abbiamo separato tutte le foto recanti dietro una annotazione, una data, un nome, da tutte le altre, e così siamo riusciti a ricostruire la genealogia, ma oramai vedo quelle immagini anche di notte, e quando mi sveglio penso: “Perchè?”
Quella gente mi parla. Mi ha raccontato molto, le loro vite, le vicissitudini. Guerre, matrimoni, fughe all’estero, figli, e perfino colpi di rivoltella. E non si capisce perchè tutto questo sia stato buttato nella monnezza.
Dall’analisi che abbiamo fatto nelle immagini, il sospetto forte è che si sia trattato di un gesto di rabbia. Quasi tutte le foto erano custodite in album fotografici, di quelli antichi, quelli dove le foto andavano incollate nell’album o inserite nelle linguette agli angoli. Moltissime foto recano dietro le tracce della colla, alcune sono addirittura rotte o bucate. Segno che sono state tirate via con la forza dagli albums (e nel cassonetto non c’erano albums). Altre foto antiche, le abbiamo viste nelle foto più nuove, messe in cornici appese ai muri. Sono state buttate nel cassonetto dopo essere state strappate dalle cornici. Tutto fa pensare ad un gesto di rabbia, al volersi liberare della propria stessa memoria. Oppure…
Oppure, ci sono altre ipotesi, rivalità familiari, dispetti interni, ma è presto per parlarne.
Il dato di fatto, per ora, è che a furia di passare il tempo in compagnia di quei personaggi e di quelle foto, ho finito con l’immaginare di esserci dentro, di attraversarle una ad una. E S. (senza usare photoshop), mi ha aiutato in questo.
 

 

Sul retro della fotografia spedita al padre, dal ragazzo al fronte durante la prima guerra mondiale, abbiamo letto l’indirizzo stradale della bottega di oreficeria e orologeria della famiglia D. Questo naturalmente non significa che il negozio sia ancora lì: la cartolina è del 1915. Inoltre, nelle foto degli anni ’60 si vede un negozio molto più grande, che però ha tutte le caretteristiche per essere un negozio e officina di riparazioni e pezzi di ricambio per orefici e orologiai. Troppo più grande di quanto può essere la bottega di via Tribunali. Siamo passati davanti alla bottega, giorni prima, di sera. Era chiusa, con sopra un cartello che dice “Cedesi attività”.
S. non è il tipo che molla la partita (anzi!), e senza indugiare è entrata nel negozio accanto a chiedere: “Scusi, posso chiederle un’informazione commerciale? Che attività c’è qui accanto?”
Un negozio che vende bigiotteria. O forse un’oreficeria decaduta? Possibile? Dal 1915 sta ancora là? E pare che a tener bottega sia una donna molto anziana.
 
Venerdì pomeriggio, rapido consiglio di guerra tra me e S. Abbiamo deciso il da farsi in pochi minuti. Ci siamo presentati con una faccia di bronzo senza limiti alla bottega di bigiotteria.
S.: “Buongiorno signora, ci scusi, possiamo chiederle un’informazione? Lei forse può aiutarci”.
Signora: “Se posso… di che si tratta?”
S.: “Stiamo facendo un’inchiesta per un giornale…”
Ed io pensavo: “S. sei poco credibile! Non così!”
S.: “…sugli antichi orafi di Napoli, lei era orafa? E’ qui da oltre cento anni?”
Immaginavamo varie risposte da parte della signora, compresa una certa diffidenza. Quel che ci ha lasciati sorpresi è stata invece l’estrema naturalezza della sua risposta: “No no, cento anni fa non c’ero io qui, c’era l’orologeria della famiglia D.”
Presi! Ho pensato, e subito sono intervenuto: “Ma… D. dice il signor Francesco D.?”
Signora: “Certo! Proprio lui!”
Io: “E… non è che sa dove si è trasferito? Dove possiamo trovarlo?”
Signora: “Ehm… veramente credo sia morto, 30 anni fa era già vecchio… però forse l’erede lo trova, ma è vecchio anche lui oramai.”
S. “E dove sta?? E’ vivo??”
Signora: “Ma sì che è vivo, ogni tanto lo vedo passare qui avanti!”
Io: “Ma ha ancora un negozio di orologiaio?”
Signora: “No, ha un negozio di ricambi per orologi antichi, anche molto grande, come negozio.”
Ho pensato: “Preso! E’ proprio lui! Senza entrare in quel negozio, dalle foto sono già in grado di tracciarne la pianta!”
S.: “E dove sta questo negozio?”
Signora: “Vi dico subito: sta bla bla bla bla.”
Nota: avendo trovato gli eredi vivi, a partire da questo momento occorre tacere sugli indirizzi stradali per motivi di privacy.
S.: “Allora ci andiamo! Grazie!”
Signora: “Sì ma… piano eh…”
Io.: “In che senso?”
Signora: “Come dire… è gente un po’… un po’ strana…” (e fa il gesto con la mano per dire svitato).
S.: “Cioè? Sono persone un po’ diffidenti?”
Signora: “Diciamo di sì…”, e abbozza un sorrisetto enigmatico, “…voi provate ad andarci, però credo lo troverete chiuso, di solito apre solo al mattino.”
Quando io e S. siamo usciti di lì, la prima cosa fatta è stata una battuta di mani come se fossimo due giocatori di pallavolo che hanno appena segnato un punto importante. Poi ci siamo fiondati nel luogo indicatoci dalla signora: il negozio di riparazioni e ricambi.
 

Decaduto. L’unica descrizione possibile. Nessuna insegna sul negozio davvero molto grande (tre entrate fronte strada!), nessuna saracinesca, infissi ancora degli anni ’60, vetri che non vengono lavati anche loro dagli anni ’60, tende appese agli infissi, per non far vedere dentro, unte e bisunte, ultimo lavaggio a fine anni ’60. Accanto c’è un meccanico, ci siamo rivolti a lui.
Io: “Scusi, ci hanno indicato da queste parti un negozio che ripara orologi, ma non riusciamo a trovarlo… sa dove sta?”
Meccanico: “Ma… un orologio antico, dice?”, il tono è quello di chi vuole dire che se a quello gli portiamo un orologio moderno, ce lo tira dietro senza troppi complimenti.
Io: “Sì esatto.”
Meccanico: “Sta qua affianco, però occhio, chist è pazzo!
S.: “In che senso, scusi?”
Meccanico: “Sta sempre chiuso dentro. Bisogna suonare il campanello, ma lui se ha voglia apre, se non tiene genio non apre! E dopo un po’ la gente si sfasteria e se ne va! E’ uno anziano, sempre solo, è pazzo!”
Abbiamo fatto un piccolo consiglio di guerra. Per tentare l’approccio, l’unico modo plausibile è trovare un orologio antico, che sia rotto o funzionante male. Non vediamo altra via. L’orologio d’epoca che ogni tanto perde minuti ci è già stato messo a disposizione dal dottor K. 😉
Il negozio l’abbiamo trovato. Ci resta da capire dove abita. E certamente non deve essere lontano dal cassonetto.
 
Su una foto, che abbiamo datato a cavallo tra la fine degli anni ’50 ed i primi anni ’60, si vedono le due sorelle di Francesco D. davanti ad una piccola lapide commemorativa dei caduti della grande guerra (c’è l’aquila in alto ed i fasci littori ai lati, quindi per forza la prima guerra mondiale deve essere). Ai loro lati ci sono una cinquecento ed una seicento familiare (così si datano le fotografie). La peculiarità è che la foto è scattata dall’alto in basso, e da un’altezza che è quella del primo piano di un tipico palazzo storico napoletano. Sappiamo che il vecchio Francesco D. è stato un appassionato di fotografia ed ha sperimentato molto, sappiamo che la foto l’ha scattata lui, non è che per caso l’ha scattata dal balcone di casa sua? Forse sì. Certo, quella era casa sua 50 anni fa, non è detto che ancora oggi quella sia la casa di famiglia, ma tanto vale provare.
Chiedo a google la lista di tutti i monumenti ai caduti della prima guerra mondiale situati nel quartiere in cui c’è il cassonetto dove abbiamo trovato la collezione fotografica. Guardo le immagini una ad una, trovo la lapide della foto. Inquadrata frontalmente. Posso così leggere l’iscrizione in testa alla lapide, quella che precede la lunga lista di nomi dei caduti. Do in pasto a google la frase in questione, trovo in mezzo secondo il luogo preciso dove è la lapide. Google street view mi fa trovare con precisione da quale balcone è stata scattata la fotografia. Via XXXXX numero XXX.
Io ed S. ci guardiamo per un solo attimo, poi diciamo in coro: “E’ a due isolati da qui. Andiamo!”
 
Quando da via XXXXX abbiamo svoltato a sinistra, stavo ancora pensando: “Perchè diavolo le avete buttate? Vorrei chiedervi perchè lo avete fatto!”
Poi fatta la svolta mi sono trovato quel balcone poprio davanti. Vista frontale. Mi sono fermato davanti alla lapide dedicata ai caduti, ed ho continuato a guardare verso il balcone. Un’emozione fortissima. S. ha continuato a camminare verso il portone, ho capito che voleva leggere i cognomi sui citofoni. Io sono rimasto imbambolato ed emozionato a guardare il balcone. Dal balcone ho ricevuto in cambio lo sguardo torvo di una donna vecchissima. Vecchissima sì, ma io sono rimasto imbabolato lo stesso dall’emozione. L’emozione del pensare: “Io so chi sei. Avevi cinquant’anni di meno, ma ti riconosco. Ti ho vista nelle foto assieme a tuo marito e a tua cognata. Ti riconosco benissimo, anche se le tue fotografie sono di mezzo secolo fa. La faccia è la tua. Avevi trenta anni o poco più, ma sei tu. So chi sei. Sei la moglie del figlio minore di Francesco D. L’albero genealogico fatto da me e dal Dottor K. è troppo preciso per sbagliarci.”
Poi sono corso verso il portone, per evitare che la vecchia si accorgesse dell’interesse con cui la guardavo. S. aveva un sorriso radioso sul viso, e faceva ampi cenni di assenso con viso, indicandomi il citofono.
Li abbiamo trovati. Ho potuto annotare su un foglio, accanto alla foto di quella trentenne d’epoca, un “vista viva il 27 aprile 2012”.
Ora viene il difficile, ora che li abbiamo individuati (come dice il proverbio: dammi la tua monnezza e ti dirò chi sei).
Abbiamo saputo che sono svitati o addirittura matti da due fonti diverse. E vogliamo ancora capire il perchè di questo gesto di rabbia, di questa cancellazione della memoria.
Il piano per i prossimi giorni è già pronto. Pertanto, seguiranno aggiornamenti.

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7 risposte a L’individuazione

  1. s. ha detto:

    Senza parole, solo sorrisi.

    s.

  2. minpeppex ha detto:

    Ora sono veramente curiosa di vedere cosa v’inventerete per parlare coi vecchietti-fuori-de-capoccia e farvi spiegare il perché di quello scempio, senza farvi tirare dietro il servizio di piatti (di porcellana pesantissima!!! ;-P )

  3. alex321v ha detto:

    Nel frattempo (siamo fermi per motivi che poi dirò…)


  4. lucanellarete ha detto:

    che spettacolo, ho letto tutti e tre i post in un fiato. non vedo l’ora di leggere gli aggiornamenti!

  5. Simone Mei ha detto:

    Ho provato solo emozioni leggendo il tuo racconto. Sono anche io uno che le fotografie le salva, dal fuoco, dalla spazzatura e da tanti altri destini. Complimenti per questa grande opera, ma ti prego…dimmi come è andata a finire. i miei rispetti. Simone da Udine

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