La classificazione

Premessa: questo post è la prosecuzione di quello precedente. Pertanto, chi l’ha saltato può iniziare da qui, per non perdere il filo…
 
Sono le 3.15 del mattino, e sono a casa. Accendo il computer e inizio a scrivere questo post. Mentalmente, riavvolgo il nastro della serata, accendo una sigaretta, e davanti agli occhi, quando il fumo della gauloise blu si dirada, rivedo di nuovo quel grande tavolo rotondo, colmo di foto e scatti di tutte le epoche.
Nel nastro riavvolto, sto separando le foto con cura, per epoca, per soggetto, mentre S. ha ancora da lavorare nonostante sia sera inoltrata (poi dicono che i meridionali non lavorano).
Di colpo, sento la porta di casa di S. aprirsi, entra P. già con la voglia di mettersi all’opera sulle foto, ma in compagnia di una persona nuova, mai vista prima, che si presenta come K. e resta a bocca spalancata nel vedere quel che c’è sul tavolo.
P.: “Ho già spiegato a K. di che si tratta e da dove viene questa roba. Pensa, stava per andare a dormire… meglio che sta qua…”
S. (lavorando al computer, per il suo lavoro): “Oh ragazzi, ricordatemi tra poco la frase istituto d’arte.”
Alex: “Non ho una fomrazione artistica, quindi la frase istituto d’arte non me la posso ricordare”.
P.: “Io sono un ingegnere, quindi ricordarmi qualcosa d’arte è lontanissimo dalla mia formazione culturale”.
K.: “Figuratevi io, che sono un medico! Anche se non curo la gente”.
Alex: “In che senso?”
K.: “Io non ho a che fare con i vivi…”
Alex (pensando di fare una battuta, ma azzeccando la prima figura di merda): “E che fai, le autopsie?”
K.: “Esatto.”
Alex (provando a dire qualcosa per sorvolare sulla gaffe): “Ah, sei anatomopatologo?”
K. (manovra evasiva): “Più o meno, comunque sì.”
Alex: “Bene, allora prendi questo blocco di foto, guardatele, e cerca di capire ciascuno chi è, magari mentre invecchiano. Ecco, ti passo alcune delle più belle.”
K. si alza, va accanto alla cucina, si versa da bere un bicchiere di vino, e mentre io penso a come potrei incazzarmi se una sola goccia dovesse cadere su una sola foto, si mette a fischiettare una canzoncina dal testo sboccato e da caserma dei primi anni ’80: la mitica O’ tiempo se ne va degli Squallor! Mi viene da ridere, ma mi trattengo. In ogni caso trovo simpatico l’accostamento e immagino K. mentre fischietta canzoncine oscene durante un’autopsia.
Riprendiamo il lavoro, intanto ci aggiorniamo sulle varie figure ed i vari personaggi che riusciamo a riconoscere, e piano piano inizia a dipanarsi la matassa.
Tanto per cominciare, la sera prima non avevamo capito niente. Mettendoci a fare i conti, sulle foto, sulle tre lettere ritrovate, e sulla carta d’identità, comprendiamo che l’albero genealogico è tutto da rifare. Ieri sera abbiamo sbagliato tutto, e le cose sono più complicate.
La prima nota positiva è quando passo a K. la foto della piccola Teresa, la bimba morta di cui ho già parlato. Nota positiva perchè è venuta fuori di colpo l’importanza di avere a disposizione persone con esperienza autoptica.
Alex: “Guarda, questa è la foto che ieri più ci ha commosso. Questa bimba ha 19 mesi”
K.: “Ma… è morta…”
Alex: “E certo, sta nella bara…”
K.: “Sì ma a parte questo… guarda qui, Alex, noti il contrasto tra il pallore del viso e le labbra?”
Alex: “Sì, e quindi?”
K. “Sono labbra violacee e gonfie.”
Alex: “Ma la foto è in bianco e nero!”
K.: “Si capisce lo stesso! Dal contrasto! E’ chiaro che sono viola, ed il gonfiore…”
Alex (interrompendo e facendo un’altra figura di merda): “Ma dai… non ha un faccino smagrito.. non è certo morta per problemi alimentari…”
K. (ignorando sapientemente l’interruzione): “…quel gonfiore, in una bimba di 19 mesi, è un segno chiarissimo, una firma, vuol dire una cosa sola: aveva una malformazione cardiaca alla nascita.”
Alex.: “Ehm…”
K.: “Anzi ti dico di più, solo guardando la foto, la forma ed il tipo di gonfiore di quelle labbra viola, direi che sospetto fortemente che si tratti di una tetralogia di Fallot. Anzi, se riuscite a ritrovare gli eredi, avvisateli! All’epoca, negli anni ’30, non ci si faceva caso a queste cose, ma ora sì. Avvisateli che è un tipo di malformazione congenita che dipende da fattori genetici! E questo i parenti attuali devono saperlo!”.
Ho fatto cenno di sì col capo, e intanto pensavo: “Ok, abbiamo uno squartamorti a bordo, ci voleva!”
K.: “Ora passami carta e penna, che tracciamo l’albero genealogico.”
Alex (terza figura di merda): “Ma lo scrivi tu, che certamente avrai una calligrafia da medico, di quelle che non si capisce niente?”
Interviene P.: “Ma che cazzo dici? K. ha una calligrafia meravigliosa! Migliore della mia, statt zitt!”
Abbiamo ricominciato da capo, dai primi scatti di metà ‘800 in poi. S. ha decifrato per bene le astruse calligrafie dell’epoca, e le frasi nell’astruso italiano dell’epoca. P. ha pensato all’identificazione dei soggetti dal 1950 in poi, K. ha fatto le scansioni fenotipiche dei personaggi, come se gli leggesse il DNA, e poi ha emesso le varie sentenze: “Sì, queste due sono sorelle.”, oppure “Questa è la zia, questa la nipote”, e così via.
Al momento, dopo altre quattro ore di lavoro, la situazione è la seguente.
Ieri sera ci siamo fatti trarre in inganno dal violinista affetto da strabismo. In realtà di strabici ce ne sono due, entrambi all’occhio sinistro, fratelli tra di loro (sorvolo circa le riflessioni di K. sullo strabismo familiare), ed abbiamo identificato i loro genitori.
Pertanto, la storia inizia all’incirca 130 anni fa, attorno al 1880, quando il giovane signor Giovanni S. di Materdei sposa la giovane donna Gelsomina F. Abbiamo le foto di entrambi. Dal loro matrimonio, nascono almeno tre figli. O meglio: tre sono quelli che abbiamo identificato. Luigi, Raffaele, primo dei due strabici, che da grande farà il violinista, e Francesco, nato nel 1889, che farà l’impiegato, abiterà anche lui a Materdei, ed anche lui è strabico.
Di Raffaele non conosciamo l’anno di nascita, ma sappiamo che morirà nel 1932, probabilmente in Russia, che ancora giovane impara a suonare il violino e va in giro in tournèè per il mondo. Sappiamo anche, da alcune lettere, che ad un certo punto combina qualcosa in Italia che non doveva fare, cosa che lo porta a fuggire dal Paese, ed a vagare per l’estero per un po’. Invia cartoline dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna (dalla Gran Bretagna arriva alla famiglia la notizia che un tale don Luigi gli ha sparato, ma senza ferirlo gravemente), e foto in cui posa assieme alla sua orchestra o con un quartetto d’archi, poi di colpo inizia a scrivere solo dall’ Ucraina. Prima da Odessa, in Crimea, poi da Kiev, dove svela di essere legato ad una donna del posto (non sappiamo se ha avuto figli lì o no), e ogni tanto, nel 1911/12 chiede dei soldi (possibilmente in rubli) ai parenti napoletani.
Il probabile primogenito, Luigi S., sposa (attorno al 1900) la giovane e bionda Teresina, di cui abbiamo diverse foto. Dal matrimonio nascono la primogenita che si chiama Gelsomina come la nonna, Rosa e Maria. Tutte figlie femmine, pertanto il cognome S. è destinato a sparire dalla discendenza. E’ qui che la famiglia si innesta nella famiglia del signor Francesco D., ma andiamo per gradi. La figlia maggiore, Gelsomina, posa per le foto della prima comunione nel 1912, pertanto possiamo attribuirle il 1904 come anno di nascita.
Rosa sposa qualcuno di cui non viene mai detto il nome, ma sia dalle lettere, sia dalle frasi e dediche sul verso di divere fotografie, si evince che ha avuto due figli negli anni ’20: Elena e Vincenzo. Elena dovrebbe essere la figlia maggiore, abbiamo assegnato al 1921 il suo probabile anno di nascita, ed abbiamo ampia documentazione festaiola della sua prima comunione nel 1929. Non si evincono informazioni sul matrimonio di Maria, ma veniamo a Gelsomina S.
Gelsomina sposa un tale Girolamo D., figlio di un Francesco D., nonno del signor Francesco che possedeva la collezione di cui parliamo. Questo primo Francesco D. risulta presente ed operativo a Napoli come orefice ed orologiaio, in via Roma, nel 1888 (sì ok, google ci ha dato una mano, qui). Tuttavia, tra i primi del ‘900 e lo scoppio della prima guerra mondiale, trasferisce la sua attività (una ditta di oreficeria ed orologeria molto grande, a giudicare dalle fotografie scattate nei locali), in via Tribunali 46. E non solo: Francesco D., oltre ad essere un orefice, si diletta nel tempo libero in camera oscura. Non sappiamo se sviluppasse da se i negativi delle sue fotografie, ma certamente se le è stampate da solo, ed ha sempre apposto sulle sue foto la sua firma, con tecnica a contatto.
Francesco D. ha due figli. Uno, Vincenzo, viene chiamato al fronte, nella prima guerra mondiale. Di lui abbiamo già raccontato parte di un biglietto inviato a casa nel 1915. Lo ritroviamo presente in famiglia successivamente. A partire dagli anni ’20, è l’unico componente della famiglia a prendere una netta posizione politica: di lui ci sono foto mentre fa il saluto romano, foto di busti di Mussolini, e infine lo troviamo in divisa da carabiniere, divisa d’epoca fascista, sempre intento a fare il saluto romano, poi cambia qualcosa. Vincenzo sparisce dalla scena per qualche anno (le ultime foto risalgono allo scoppio della seconda guerra mondiale), ma non perchè muore. Lo ritroviamo in abiti civili, mentre passeggia per le vie di Shangai, e sul verso della foto la dicitura è inequivocabile: Vincenzo D., suonatore solista di clarinetto, mentre passeggia in Shangai (Cina) assieme alla sua orchestra.
Il fratello di Vincenzo, è Girolamo D., che sposa la Gelsomina dell’altra famiglia di cui abbiamo parlato. E’ Girolamo, a quanto pare, che prende in eredità l’attività di oreficeria/orologeria di papà Francesco. Dal suo matrimonio con Gelsomina nascono almeno tre figli: Elena, detta Elenuccia da tutti, Amalia, che sposerà un certo signor F., in circostanze ancora da chiarire (da quel momento lei si firmerà sempre Amalia F., abbracciando la nuova famiglia, quasi a dissociarsi da quella di origine, ma i parenti continueranno a chiamarla Amalia D., come a rifiutare il suo matrimonio e passaggio in un’altra famiglia, e a rimarcare l’appartenenza alla propria), e Francesco, che è poi il signor Francesco che ha probabilmente fatto arrivare a noi tutto questo patrimonio storico.
Girolamo deve essere stato un elemento importante della famiglia, quello a cui tutti si rivolgevano in caso di bisogno. D’altronde, essendo orefice era probabilmente quello con più disponibilità finanziarie. E’ proprio a “zio Girolamo” che scrivono Elena e Vincenzo, i figli di Rosa S., mentre nel 1943 sono rifugiati in Toscana per sfuggire ai bombardamenti alleati su Napoli, lamentando di aver passato il capodanno in una mensa comune, ed esternando il desiderio di tornare a Napoli.
Abbiamo trovato molte foto di Adalgisa, ma siamo ancora incerti se sia anche lei figlia di Rosa, o figlia di Maria, la terza delle sorelle S. Sappiamo per certo che è nata nel 1924, ha fatto la prima comunione nel 1932 indossando lo stesso vestito di Amalia, che si è sposata con un tale Aldo nel 1946, e che oltre a non aver mai cambiato parrucchiere per tutta la vita deve essere successo qualcosa di terribile al suo matrimonio. Infatti sul retro di una fotografia datata tra il 1949 ed il 1950, che la ritrae di profilo, è lei stessa, di suo pugno, che scrive (riferendosi probabilmente al marito Aldo): “Mai più, forse mai più, potrò attendere il tuo ritorno all imbrunire… Adalgisa“. A partire da quel momento, comparirà nelle foto sempre da sola. O Aldo era morto, o il matrimonio si è sfasciato.
Seguendo la vita di Francesco D., a partire dal 1950, il lavoro è ancora tutto da fare. Abbiamo ancora metà collezione da studiare. Di sicuro c’è solo che il 27 maggio 1969 la sua attività di oreficeria/orologeria è terminata. Abbiamo le foto in cui viene firmata la cessione (o la fusione?) ad un’azienda svizzera, o al limite tedesca, chiamata Sieber. Ma c’è ancora da costruire tutto: il suo matrimonio (sappiamo solo che la sua primogenita è stata di sesso femminile, e che l’ha chiamata Gelsomina come sua madre e come sua bisnonna), figli, nipotini, e così via. Soprattutto, c’è da capire chi ha buttato nella monnezza tutto questo e perchè. Alcune delle fotografie, erano chiaramente in un album, hanno ancora i residui di colla dietro, o le vecchie linguette. Altre fotografie, soprattutto quelle degli anni ’40, le abbiamo viste nelle foto degli anni ’60, incorniciate ed appese ai muri. Qualcuno ha strappato le fotografie dagli album, altre le ha tolte dalle cornici ai muri, e senza neanche degnarsi di metterle in un sacchetto, le ha buttate nel cassonetto della carta a via Duomo.
Il perchè di questo gesto, questo vorremmo capire. Ma siamo appena a metà del lavoro. Lavoro reso possibile solo da un perfetto gioco di squadra, lavoro eccezionale poichè realizzato tra persone amiche, ma che non hanno mai lavorato assieme. Pertanto: grazie a S., che si occupa e ne capisce di libri, grazie a P., ingegnere che oltre a costruire palazzi sa anche ricostruire vicende storiche, grazie a K., che ha saputo fare autopsie e test del DNA a vista. Grazie a voi, ho passato un’altra serata meravigliosa! Ed il resto, è ancora tutto da scrivere.
Ora però, essendo le ore 4.50, se permettete me ne andrei a dormire…

 

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2 risposte a La classificazione

  1. tiptop ha detto:

    Però non devi essere così severo sulle canzonette che l’anatomopatologo potrebbe canticchiare sul lavoro, almeno quello. Magari anche quel lavoro diventa routinario. Penso esista qualche studio delle canzoni che si cantano sotto la doccia….Io sotto la doccia non canto, però quando cucino mi sento in mente (sono stonatissima) rock ‘round the clock…
    Comunque.. complimenti per l’avventura! aspetto la terza puntata.
    ..

  2. minpeppex ha detto:

    E’ tutto semplicemente affascinante, e che pazienza certosina che avete (o forse è solo curiosità?)… io al posto vostro mi sarei rotta già dopo mezz’ora della prima sera, figuriamoci tornarci su la sera dopo!
    Comunque la lettura me la sono goduta, e aspetto anch’io un terzo episodio 😉

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