.: Tra realtà è fantasia, 21 anni fa (un racconto) :.

Premessa: prendo spunto da due miei vecchi post, in cui raccontavo dei cosiddetti bei tempi andati; per la cronaca sono Napoli ’93 e Vesuvio 1988. Come in quei post, prendo dei ricordi dell’epoca, e poi… mi lascio andare alla libera scrittura. Tra fantasia e realtà (quindi non è tutto vero, a meno che non crediate ai folletti e ai fantasmi!!).

Un mix di ricordi e narrazione. Un esperimento. Attenzione: i nomi sono inventati.
 

1. 1990
Era l’anno dei mondiali. L’anno dei mondiali d’Italia. Quel 1990, in cui a Napoli non si capiva bene se la gente tifasse per l’Italia o per Maradona, e il dubbio era lecito. Ma non era solo l’anno dei mondiali, era anche il momento dei mondiali, nel senso che erano già iniziati, ed erano anche a buon punto. Quindi, era luglio. Luglio 1990.
Chiunque sia passato per Napoli almeno una volta nella vita, anche da semplice turista, conosce piazza San Domenico Maggiore, e la sua atmosfera. Ma all’epoca la piazza era molto diversa da ora. Non c’era stato ancora il rinascimento napoletano del 1993, quello che poi è fallito. La piazza all’epoca era aperta ed era un parcheggio. Quel parcheggio selvaggio di auto, con tanto di parcheggiatore abusivo, era uno stupro non solo alla piazza ed ai suoi monumenti, ma a tutto il centro storico.
Nonostante questo, allora come adesso, la piazza era già il punto di ritrovo per gli studenti universitari. Che a luglio, certo, dovrebbero dare gli esami della sessione estiva, ma una sera in piazza non la si nega a nessuno.
Sul lato della piazza a ridosso di Palazzo Corigliano, c’era un gruppo di sei ragazzi, a sua volta separato di pochi centimetri in due sottogruppi da tre. Un gruppo era formato da giovani studenti, che si chiamavano Alberto, Peppe, Carletto ed erano probabilmente gli unici tre ventenni ai quali dei mondiali di calcio non fregava proprio niente, visto che parlavano di altro. Di politica, di litigi, di cosa stessero studiando, ma proprio di calcio no. Il che è strano, soprattutto durante i mondiali. L’altro sottogruppo era formato da tre ragazze, più o meno coetanee dei primi tre, anche loro studentesse: Sara, Livia, Cristina, parlavano di cose serie, di cose toste, come di femminismo oltranzista e di difesa della legge 194 dagli attacchi del Vaticano, un po’ gareggiando a chi era più tosta, più dura e pura, fumando sigarette su sigarette, anche con un po’ di entusiasmo. Tra i due gruppi, quello maschile e quello femminile, non c’era un completo isolamento: da un gruppo all’altro, con rapidi passaggi di mano, venivano trasmesse le bottiglie di birra aperte che tutti sorseggiavano a turno.
Io osservavo la scena da qualche metro di distanza. Seduto su una fioriera (una di quelle che ci sono ancora oggi), a fumare per fatti miei, e ad osservarli.
Notavo che Peppe mangiava con gli occhi Sara, Cristina spogliava con lo sguardo Carletto, Livia voleva che qualcuno la spogliasse con gli occhi, ma era una battaglia persa, Alberto sembrava asessuato.
All’improvviso, correndo come un pazzo, arrivò un quarto ragazzo, Vittorio, con i capelli lunghi ricci. Arrivò urlando: “Che gran partitone! Rete di Caniggia, e l’Argentina ha mandato a casa il Brasile! Grande Maradona! Saranno di nuovo campioni del mondo!”
Il gruppo dei ragazzi gli rispose in coro: “E chi se ne fotte! Non ci rompere! Qua stiamo ragionando per capire perchè il toluene si scioglie nel benzene, ma il benzene non si scioglie nel toluene, o il contrario, chi lo sa…!”
Il gruppo delle ragazze anche gli urlò dietro: “E basta! Questo non è altro che il gioco circense che il potere capitalista usa per gettare fumo negli occhi al proletariato urbano!”
Risi della scena, rimasi lì ad osservarli con gusto.
Piano piano il sole iniziò a tramontare, le birre aumentavano. Quelle vuote dico, ed anche i mozziconi di sigarette spenti a terra. I gruppi si fusero, iniziarono le solite schermaglie dei ventenni. La prima cosa che mi saltò all’occhio fu un tipo che fece qualche avance a Sara, ma non di quelle proprio plateali… piuttosto di quelle di chi è pronto ad andare avanti, ma anche a darsi coraggiosamente alla fuga. Lei scrollò i capelli ricci, si aggiustò meglio gli occhiali sul naso e gli disse testualmente: “Ehi, ma che stai dicendo? Senti un po’! Gioca a carte scoperte, chiaro?”, glielo disse a muso duro, segno di un carattere forte, di una che non vuole rotture di scatole. L’altro provò a fingere un fraintendimento, e a prendere quel “gioca a carte scoperte” come un’invito ad andare oltre, e appena disse: “ah, allora magari sì..”, si beccò da Sara un “Ma anche no!” che lo mise in fuga definitivamente.
Poi, accendendo un’altra sigaretta, notai che Carletto e Cristina avrebbero facilmente concluso la serata nel letto di uno dei due, e che entrambi non vedevano l’ora che succedesse.
Notai anche che Peppe voleva essere il prossimo a provarci con Sara, ma sapeva che avrebbe preso anche lui un due di picche, perchè con Sara non ci riusciva nessuno, notai che Livia se si fosse messa un po’ più di impegno sarebbe riuscita a circuire Peppe, ma lo vedeva troppo attento a Sara, e questa cosa lo frenava. Infine, notai che Alberto sembrava un orso. Totalmente assente in lui la voglia di una qualunque schermaglia d’amore con nessuna. O non le piaceva nessuna, o era innamorato di qualcuna che non c’era, o era il più simile a me. Sorrisi, e sorseggiai anche io una birra.
Mentre bevevo, Alberto si voltò verso di me. I nostri sguardi si incrociarono per un attimo. In quell’attimo, io ammiccai con il viso verso le ragazze, quasi mi venisse lo scrupolo mentale di provare a spronarlo. Che scrupoli ci si fa a vent’anni. Lui sorrise, prima agito la mano nell’eloquente gesto di dirmi: “ma tu sì pazz!”, e poi disse piano: “Ma sì scemo? Ma chi se ne frega di queste tre!”
Capii la situazione. Semplicemente, non gli interessava nessuna delle tre. In effetti, Livia era alta il doppio di lui, e larga il doppio di lui, pertanto lo avrebbe spezzato. A Cristina piacevano i tipi puliti, mentre Alberto era un capellone con la barba incolta e Cristina diceva sempre di essere “allergica alle barbe”, e Sara era innavicinabile, un po’ acida con tutti, all’apparenza un po’ fighetta, ed era quella che meno di tutte poteva essere il suo tipo. Quindi, semplicemente quella era per lui una serata tra amici.
In quel momento, successe quel che a Napoli può sempre succedere, quel tocco di soprannaturale che è sempre dietro l’angolo, in quella città magica.
All’improvviso, tra una cinquecento tutta scassata ed una prinz verde altrettanto scassata, comparve una nuvoletta, e nella nuvoletta si materializzò lui. Proprio lui! Il Folletto di Piazza San Domenico!
Non si mostra spesso, il folletto della piazza. E’ un fantasma. Si racconta che sia stato un servitore fedele di Maria D’Avalos, assassinata dal principe Carlo Gesualdo nella notte del 17 ottobre 1590 proprio in quella piazza. Anche il servitore, pericoloso testimone fedele alla D’Avalos, fu trucidato a pugnalate, e da allora il suo fantasma vaga per la piazza.
Non si mostra spesso, ma siccome osserva la gente fin dal 1590, ne ha parecchia, di esperienza, lui. La sa lunga il folletto.
Lo guardai incuriosito, e lo vidi agitare un braccio e muoversi. Andò dritto verso Alberto. Non solo gli si avvicinò, mentre Alberto lo guardava impietrito, e credo sinceramente terrorizzato, ma gli parlò anche. Non appena iniziò a parlare, io capii subito due cose: gli altri, eccetto me ed Alberto, non potevano vederlo, e poi… stando sempre in quella piazza da 400 anni, il folletto parlava solo napoletano.
Guaglio’“, esordì il folletto, “Ma a te e’ ffemmene nun t’piaciono?
“Come no…”, balbettò l’altro.
“E perchè non ti votti?
Io mi votto, folle’, ma con quelle che mi piacciono… ‘ste tre no dai.”
“Ma perchè?”, lo incalzò il folletto.
Alberto capì che doveva prendere una posizione, e la espresse con tutta la convinzione possibile ed in modo diretto: “Livia è un cesso, Cristina non mi piace, e Sara mi sta antipatica ma proprio mi sta sul cazzo.”
“Mmmhhh”, mugolò il folletto, con l’aria di chi sta per fare una mossa a effetto.
“Senti”, ribattè subito Alberto, che non voleva certo farsi mettere sotto dal primo fantasma che passa, “a me piace molto Veronica, che stasera non c’è. Ti garantisco che però ci sentiamo a giorni alterni, e tra un paio di giorni io la invito a uscire, e la porto a teatro. Poi sai, da cosa nasce cosa…”
Guaglio’, stamm a sentì“, taglio corto il folletto, “fai quello che vuoi con Veronica, però guardam rind all’uocchie, o ssai che sso’ vent’anni?
“Certo che lo so! E’ la mia età! Ho vent’anni!”
N’hai capit manc o’ cazz, guaglio’! Venti anni, non d’età! Ma proprio venti anni! Oppure ventuno!”
“Dici… ventuno anni che passano?”
“Bravo!”
Alberto non sapeva cosa dire, provò ad andare a tentoni: “Se ora ho vent’anni, tra vent’anni ne avrò quaranta… mi sarò certamente laureato, avrò un lavoro, una famiglia… chi lo sa”.
Nunn o ssaje, eh? E manco io!“, ridacchiò il folletto, evidentemente in vena di rompere le scaltole.
“Scusa”, si spazientì Alberto, “ma allora che vuoi da me?”
“Niente”, rispose l’altro, già iniziando a smaterializzarsi lentamente, andando via da dove era venuto, “però guaglio’ vir bbuon comm t’o ddico! Tu tra venti, ventuno anni, una mattina ti sveglierai, ti stiracchierai nel letto, e ti accorgerai di stare abbracciato a Sara!
Ma tu sì scemo!!“, urlò quasi Alberto, ma oramai al vuoto, perchè il folletto era già scomparso. Volatilizzato.
Il povero ragazzo si voltò verso di me. Ancora una volta i nostri sguardi si incrociarono. Come per incanto, lui capì al volo che anche io avevo visto tutto, e mi disse: “E chi la sopporterebbe mai a quella?”
 

2. 1995
Passeggiavo lungo Spaccanapoli, da solo. Venivo da piazza del Gesù, dove avevo bevuto qualcosa con degli amici, ed ora tornavo verso casa.
Non appena entrai in piazza San Domenico, vidi un’ombra scivolare dietro l’edicola, e infilarsi a testa bassa tra due motorini parcheggiati.
Nel buio, aguzzai la vista e chi vidi? Vidi che era proprio lui: il folletto!
Risi un po’, dentro di me, feci un ghigno con le labbra, e senza esitare lo chiamai: “Ehi tu! Folle’! Aspe’ vien a cca! T’agga ricere na cosa!
Che vvuo?“, mi fece lui.
Sient nu poc, folle’, ma non pensi che cinque anni fa hai detto una stronzata?”
“Cinque anni? Ma che vuoi che so’ cinque anni… stong cca dal 1590…”
“No scusa, folle’, ma non so se ti rendi conto, eh… la storia dei ventun’anni, ricordi?”
“Io ricordo tutto, dal 1590 in poi. Quale è il problema? So’ passati cinque anni? Aspettane sedici ancora!”
“No abbi pazienza”, insistei, “ma esaminiamo la situazione?”
Nun ce sta manc’ o’ cazz da esamina’! Che vuoi dire?”
“Sara è andata via da Napoli. Non tornerà mai più. Se n’è andata in una zona d’Italia lontana, fatta di colline, vigneti, campagne. Non studia più, fa cose un po’ più da campagna e da freak, ha la sua vita, e tra poco si sposa pure.”
“E allora?”, fece il folletto.
“E allora, seguimi. Alberto, sta macinando esami, tra poco si laurea. Roba scientifica. Per cui o fa un dottorato e fa la carriera accademica, o si butta nel mondo della grande industria. Quindi o resta qua, o va in una grande città industriale a fare carriera.”
“E allora?”, fece il folletto.
“E allora. Continua a seguirmi, folle’! Questi due non si incontreranno mai più. Si sono già incontrati, qua, da studenti. Non si sono piaciuti, non si sono filati di striscio. Ora ognuno ha la sua vita, il suo fidanzato o la sua fidanzata, e le loro vite non si incroceranno più!”
Stamm a sentì“, mi disse il folletto con un tono che quasi sfiorò il minaccioso, “quel giorno, 5 anni fa, parlai a loro due. Ora parlo a te. Sei pronto?”
“Sì…”, dissi con un po’ di magone.
“Prima ho detto sedici anni ancora. Ed ora dico, direttamente a te: tu tra sedici anni, verrai qua a cercare me! Chiaro? E mmo per sedici anni, nun me rompere o cazz!
“Ma…”, provai a dire, ma al vuoto: era già sparito, con la sua strana minaccia che ancora mi aleggiava nella testa. E nello stomaco.
 

3. 2011
Sono passati ventuno anni dai mondiali del ’90. E sedici anni dalla notte in cui incontrai il folletto, che da allora non ho più visto.
Ho visto invece altre cose. Come dice Rutger Hauer in Blade Runner, ho visto cose che voi umani non potreste neanche immaginare. No, non intendo dire che ho visto le famose navi da combattimento in fiamme al largo dei Bastioni di Orione. Ma ho visto altro.
Ho visto una strada, che costeggiava l’acqua, ed era piena di locali. E l’ho vista ieri sera, per cui ho il ricordo ancora fresco, e certamente non mi sbaglio.
In uno di questi locali si suonava musica dal vivo. Era tardi, circa l’una del mattino. Ed io ho visto.
Ho visto uscire da quel locale Alberto e Sara. Erano mano nella mano. Li ho visti camminare lungo la strada, guardare l’acqua, e poi baciarsi teneramente.
Li ho seguiti.
Li ho visti avvicinarsi ad un’auto. A quel punto mi sono fatto coraggio e li ho chiamati, certo che dopo tanti anni non mi avrebbero manco riconosciuto.
“Scusate”, ho detto un po’ imbarazzato a quella coppia di quarantenni distinti e ben vestiti, e non ai due studenti trasandati di tanti anni prima, “so che la domanda vi sembrerà strana ma… da quanto tempo vi conoscete?”
“Quindici giorni!”, rispose subito Alberto.
“Forse ho sbagliato persone allora, scusatemi…”, ed ho girato i tacchi, tirando un sospiro di sollievo. Non ho fatto in tempo ad allontanarmi che sono stato bloccato dalla risata di Sara, che subito ha aggiunto: “Ma no! Scherziamo! Ci siamo conosciuti 21 anni fa, all’Università a Napoli, dove studiavamo! Ma non ci siamo filati di striscio, a quei tempi…”
Ho guardato negli occhi entrambi, a turno, raggelato, e ho chiesto: “…e poi?”
“E poi”, ha risposto Sara: “Quindici giorni fa abbiamo avuto quest’illuminazione, e ci siamo scoperti in questo strano nuovo senso”.
 

Li ho visti baciarsi ancora, prima di entrare in auto e andare via. Sono entrato nella mia auto e li ho seguiti.
Li ho visti parcheggiare ed entrare in un portone, e assieme salire, dolcemente abbracciati, verso un appartamento.
Dopo non li ho più visti, ma ho immaginato l’amore in un grande letto.
Non voglio descrivere come mi sono sentito. Ma posso dire cosa succederà ora.
Stanotte, vagherò per il centro storico di Napoli, alla ricerca del folletto. Devo farci due chiacchiere.
Urgentemente.
 

P.S.: Con tanti auguri ai due cari Alberto e Sara, persi di vista da tanti anni, e ritrovati per caso poche ore fa.

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2 risposte a .: Tra realtà è fantasia, 21 anni fa (un racconto) :.

  1. macca ha detto:

    Va bene, non te lo dico.
    Lo penso soltanto…

    Buon Lunedì, Ale.
    Dan

  2. minpepp ha detto:

    Forse (e lo dico sottovoce) il folletto dispettoso di ieri si è deciso a lasciarmi in pace
    Ciao!

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