.: 25 Aprile, buona pasquetta :.

L’idea di questo post è nata poco dopo il primo maggio del 2009, ma per tutta una serie di circostanze legate al come va la vita personale, riesco a farlo solo ora, dopo la “ripresa” delle attività di questo blog. Mi scuso per il ritardo con la protagonista del post, ma siamo tutti in ritardo di oltre 50 anni, da questo punto di vista.
 

Ho l’onore di lavorare nel palazzo dove è nata e vissuta, ed ogni mattina passo davanti alla sua porta e leggo la lapide.
Si tratta di Jenide Russo, nata a Milano il 23 giugno 1917. Operaia. Durante il fascismo Jenide non si interessa di politica, pur mantenendo, come la madre e le due sorelle, una posizione di ostilità al regime.
Come scrive il presidente ANPI di Porta Venezia, attivo ricercatore e biografo di quasi tutti i partigiani milanesi, Jenide inizia a fare politica attiva dopo che ha conosciuto un giovane, Renato, partigiano nella Brigata Garibaldi operante a Villadossola. Renato frequenta la casa di Jenide, molto spesso in compagnia di un altro giovane, Egisto Rubini, che diventerà responsabile Gap di tutta Milano.

Il contatto con i due giovani favorisce la maturazione politica di Jenide che, nell’ottobre del 1943 diventerà staffetta partigiana. Suo compito è quello di fornire armi e munizioni alla Brigata Garibaldi dove opera il fidanzato. Tutto funziona perfettamente, fino a quando un membro della 3a Gap comincia a parlare e a fare i nomi dei componenti la brigata.

Jenide viene catturata il 18 febbraio 1944 in via Aselli, mentre stava portando una borsa contenente nitroglicerina, ai partigiani operanti a Villadossola. Sette giorni dopo, il 25 febbraio 1944, viene catturato in piazza Lima, il comandante Egisto Rubini che si impiccherà nel carcere di S. Vittore, dopo essere stato sottoposto ad atroci torture. Jenide, arrestata dai fascisti, viene portata a Monza. Lì è percossa e torturata. Le viene, fra l’altro, rotta una mascella che poi le sarà riaggiustata in qualche modo. Da Monza Jenide è trasferita a S. Vittore, nel raggio dei politici.

A San Vittore riceve maltrattamenti. Secondo le testimonianze delle sue vicine di prigionia, questa circostanza è provata dal fatto di aver visto, un giorno, Jenide con la sottoveste sporca di sangue. Nonostante le botte e le torture ricevute Jenide non parla. I suoi torturatori si stupiscono per la resistenza da lei dimostrata, soprattutto in quanto donna, e insistono perché faccia i nomi dei suoi compagni. Jenide però non cede.

In una lettera inviata clandestinamente alla mamma, dal campo di concentramento di Fossoli, datata 11 maggio 1944, scrive a proposito dei giorni trascorsi a Monza e a San Vittore: “Siccome non volevo parlare con le buone, allora hanno cominciato con nerbate e schiaffi. Mi hanno rotto una mascella (ora è di nuovo a posto.) Il mio corpo era pieno di lividi per le bastonate; però non hanno avuto la soddisfazione di vedermi gridare, piangere e tanto meno parlare. Sono stata per cinque giorni a Monza, in isolamento, in una cella, quasi senza mangiare e con un freddo da cani. Venivo disturbata tutti i giorni perché volevano che io parlassi. Ma io ero più dura di loro e non parlavo. Dì pure che ho mantenuto la parola di non parlare: credo che ora saranno tutti contenti di me”.
 

Alla fine di aprile del 1944 Jenide è trasferita nel campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi, dove i prigionieri venivano radunati per essere poi deportati nei vari lager nazisti dislocati in Europa. Il 2 agosto 1944 arriva l’ordine di partenza per Ravensbrück, per Jenide ed altre detenute.

Jenide per le condizioni igieniche disastrose si ammala di tifo a Ravensbrück. Riesce tuttavia a superare la grave forma di malattia che l’ha colpita. Ma verso la fine del 1944 arriva l’ordine di partenza per Bergen Belsen.
Il trasferimento a Bergen Belsen avviene in condizioni disumane su carri bestiame. Le condizioni igieniche e di convivenza a Bergen Belsen erano insostenibili. Scoppia ancora una volta un’epidemia di tifo, che non si riusciva a controllare. Jenide si riammala di tifo e viene ricoverata nell’infermeria del campo.

Il crollo fisico è accompagnato da un cedimento di carattere psicologico. Jenide si lascia andare, perde quella fiducia nella vita, quella speranza in un mondo migliore, quello slancio, quella vivacità che l’aveva sostenuta nei lunghi mesi di detenzione. Ed è forse questo crollo psicologico, più ancora di quello fisico, che le dà il colpo di grazia.

I familiari apprendono la notizia del decesso di Jenide poche settimane dopo il 25 aprile 1945, da due prigioniere.
 

Le lettere inviate da Jenide dal campo di concentramento di Fossoli sono l’ultima sua testimonianza diretta prima della partenza per la Germania. Accanto alla corrispondenza ufficiale, sottoposta a censura, Jenide era riuscita, grazie a mani amiche, a far pervenire ai familiari altre lettere. Da esse traspare la sua preoccupazione costante di rassicurare i familiari e soprattutto la madre circa il proprio stato di salute e le proprie condizioni di vita, (“io qui tante volte passo delle belle giornate” dirà in una delle sue lettere) anche quando, nelle ultime lettere appare evidente ormai tutta l’angoscia per l’imminente partenza per la Germania.
Emerge da queste testimonianze un grande senso di serenità e tranquillità, anche quando la speranza sembra svanire. Quella stessa serenità e tranquillità con cui Jenide affronta l’emergenza quotidiana, i disagi, gli stenti, il freddo, i bombardamenti. Per raggiungere tale difficile equilibrio interiore un grande aiuto le sarà senz’altro derivato dal suo vivace e forte carattere, ma anche dalla consapevolezza di avere compiuto il proprio dovere di patriota e di essersi battuta per un nobile ideale: la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, la rinascita del Paese e la costruzione di una società più giusta. In una delle ultime lettere recapitate al fidanzato scriverà: “Qui i tuoi compagni mi dicono che sono un buon elemento e questo per me significa molto. Tu mi dicevi che non bisogna mai dire niente alle donne; ma dovevi sapere a che donna parlavi”.
 



 
Ora posso dire anche io: buona pasquetta.

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2 risposte a .: 25 Aprile, buona pasquetta :.

  1. utente anonimo ha detto:

    Grazie a te per avermi fatto conoscere un così bel personaggio.
    Buona pasquetta anche a te.
    Concetta (minpepp)

  2. tiptop ha detto:

    Forse, si dovrebbe far più caso alle lapidi vicino ai portoni, e scoprire persone e fatti.  Mi sembra anche particolarmente bella, questa lapide.

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