.: Per tornare a casa con la coscienza pulita? :.

Partiamo da un dato di fatto, un dato proprio numerico, verificabile da tutti sul sito dell’Istat, o magari con google ;).
Centinaia di migliaia di cittadini sono impegnati oggi in associazioni, comitati, campagne, movimenti, per fare quella che a seconda dei casi viene definita politica dal basso, o politica diffusa. Qualcuno la chiama con un brutto termine: politica molecolare, ma a me non piace, è proprio brutto. Sappiamo bene tutti che roba è: si tratta di organizzazioni e persone che si danno da fare per influenzare le scelte generali, ottenere il ripetto e la promozione dei diritti fondamentali, per la difesa del proprio territoro, per concorrere nel posto dove vivono alle scelte quotidiane degli amministratori pubblici, o per un modello di società diverso.
No non temete, non voglio annoiare dando ancora una volta la definizione di politica, quella la si trova in un qualunque manuale di filosofia per il liceo. Non voglio annoiare con queste cose anche perchè in Italia c’è una pericolosa confusione, praticamente da quando esiste la Repubblica.
Infatti, qui da noi quando si usa la parola politica la si associa generalmente ai partiti, e spesso solamente ad essi. Come se al di fuori dell’essere irregimentati nei partiti… non si facesse politica. Ovvio che se questo succede è a causa di un errore. Non posso ovviamente sbilanciarmi e dire se semplicemente errore o se malafede, anche perchè in quel momento c’erano delle condizioni storiche un po’ particolari, e forse di meglio non si poteva fare. Già, perchè questa deviazione che ha generato l’equazione “politica=partiti” è contenuta nella nostra Costituzione, in
particolare nell’articolo 49, dove dichiara che i cittadini possono “associarsi liberamente nei partiti per concorrere a determinare la politica nazionale”. Eh sì, dice proprio così. Dice “i partiti”, non le associazioni, i comitati, i movimenti. Per questo motivo, e per tanti altri che riguardano la storia delle istituzioni e della società nel secondo dopoguerra, i partiti hanno goduto di un primato che ha avuto due risvolti importanti:
1) vantaggi e privilegi economici, rendite di potere, occupazione delle istituzioni.
2) nell’immaginario colletivo i partiti sono diventati custodi e depositari della politica tutta.
 

Nell’immaginario collettivo. Perchè la realtà non è precisamente così. Tra la seconda metà degli anni ’80 e gli anni ’90, sono nati gruppi di volontariato, associazioni e comitati impegnati nella politica diffusa. Secondo il censimento Istat del 2001, citato all’inizio del post e da me usato come fonte per i numeri, il primo in Italia di tutto ciò che è no-profit (il secondo è previsto per il 2009, cioè è in corso), fino al 1999 di gruppi come questi ne sono nati oltre 120.000. Centoventimila. Cioè molti di più della somma delle sedi locali di tutti i partiti italiani.
Oggi, in totale, sono più di 220.000, secondo dati ufficiosi perchè il secondo censimento Istat è in corso d’opera, le organizzazioni senza scopo di lucro impegnate nella società civile, con milioni di cittadini coinvolti. Si tratta, per un certo numero di queste organizzazioni, della politica in prima persona (qualcuno si ricorda di Don Milani?), contro la delega della politica separata. E la sinistra non c’entra, è inutile dire che è la militanza comunista rimasta orfana del PCI, come si dice spesso da destra, infatti questo concetto l’ha inventato Don Milani che frequentava due posti: le parrocchie e gli oratori, non certo le case del popolo e le feste dell’Unità.
Ma torniamo ai partiti. Qualcuno più diligente di me (Giulio Marcon), si è messo a fare i conti, ed ha calcolato che siano all’incirca 10.000 le persone, tra funzionari di partito, appartenenti alle formazioni politiche, impegnate nella politica tradizionale, cioè nei partiti; a queste vanno aggiunte le poche decine di migliaia di attivisti, i militanti dei partiti. Quanti saranno in tutto? Facciamo 40.000?
Invece, pure in un’accezione ristretta, cioè per quanto riguarda l’impegno in attività di pressione, rivendicazione, advocacy, eccetera, sono oltre 400.000 coloro che fuori dai partiti fanno politica, e cioè si impegnano in organizzazioni, campagne e movimenti volti alla realizzazione dei beni comuni e dell’interesse generale. Il rapporto mi sa che è oltre 10 a 1…. Non male vero? Ed è una sottostima, perchè ho tenuto fuori appositamente il mondo del volontariato poichè in Italia chi fa volontariato… sono circa 2.600.000 (due milioni e seicentomila) persone, per cui… la politica nei partiti finirebbe travolta. Ovviamente ho lasciato fuori gli altri tipi di associazionismo, che qui non interessano poichè non dedicati al bene comune, come le logge massoniche e le associazioni religiose, sia di stampo orientalista che occidentalista.
 

Cosa è tutta questa massa di gente che si impegna, magari in piccolo nel proprio quartiere, per qualcosa che è politico ed è così diffuso? E’ quella che si chiama società civile, e spesso si parla nel modo sbagliato di lei. Anche perchè “lei”, in fin dei conti, siamo noi. E può essere pericolosa (vedere battaglie civili negli anni ’70! Neanche il Vaticano riuscì a spuntarla sul divorzio e sul diritto matrimoniale!), talmente pericolosa che si cerca sempre di tenerla irregimentata…
 

Nel secondo dopoguerra, la società civile è riemersa in Italia (e non solo) con una forza straordinaria. Milioni di persone hanno partecipato alla vita politica e democratica del Paese. Movimenti, associazioni, gruppi di base, campagne, hanno dimostrato di essere capaci non solo di interpretare la
volontà di partecipazione della società civile intera, ma anche di essere all’origine di trasformazioni sociali e politiche, nuovi modelli e comportamenti sia culturali sia civili sia economici (il cosiddetto terzo settore oggi fa economia per 38 miliardi di euro l’anno, e non sono caramelle), profonde innovazioni istituzionali, addirittura nuove leggi. Nella storia dei movimenti civili si registra costantemente una potenzialità di trasformazione e innovazione che si traduce, spesso in modo sotterraneo e in tempi differiti, in cambiamenti istituzionali, politici, sociali, ma non per
questo meno reali.
Si tratta di una politica diffusa, orizzontale. Una politica non fatta tramite gruppi di sintesi come i partiti, piuttosto fatta per gruppi di affinità. Una politica in cui l’obiettivo non è il potere da conquistare, ma diritti da ottenere e trasformazioni sociali da realizzare.
Questo arcipelago di organizzazioni, esperienze e persone non solo rimette in discussione, e di esempi ce ne stanno tanti anche ai giorni nostri, il sistema di equazioni “politica=partiti” e “partiti=potere”, ma rimette in discussione anche un’altra equazione sbagliata ma in cui tutti credono, quella “pubblico=statale”.
Infatti, molte di queste esperienze sociali hanno un’immediata valenza pubblica, eppure non hanno bisogno di essere (scusatemi la parola bruttissima) statizzate, o di ricevere un riconoscimento giuridico o formale per poter definire il proprio ruolo come “pubblico”. Sono infatti già parte della dimensione “pubblica” nel momento in cui realizzano, o cercano di promuovere la realizzazione, dei beni comuni,
promuovono i diritti (e spesso anche i bisogni), perseguono un interesse generale. L’espressione politica diffusa, che mi piace di più rispetto a quell’altra brutta espressione, fa riferimento ad uno spazio sociale e civile, cioè un campo di soggetti e di azioni quotidiane, non particolaristici e non corporativi, in cui proprio i beni comuni e l’interesse generale diventano il principale obiettivo.
 

Questo la politica, i politici, quelli reali e quelli aspiranti, lo sanno bene. Per questo molti fondano la propria propaganda e il proprio consenso, elettorale o di piazza, richiamandosi alla “società civile”, evocandola, o arrogando a sè di rappresentarla. E’ il caso dell’Italia dei Valori di Di Pietro, nel caso dei partiti, o di movimenti tipo Grillo e dintorni, o di riviste intellettuali come Micromega: tutti questi soggetti proclamano di parlare a nome della “società civile”, tentano di assoldarla nelle loro file (ma almeno fino ad ora solo quelli più civilmente ingenui ci sono cascati). Fortunatamente, sono ottimista, e quindi percepisco, anche analizzando superficialmente l’andamento delle cose… che questi tentativi di irregimentazione e furto del concetto di società civile non dureranno a lungo (ma ce ne saranno altri… come ce ne sono sempre stati). Tanto per
cominciare, appena l’attuale capo del governo tira le cuoia e se ne va all’inferno, ci toglieremo dai piedi Di Pietro, che non avrà più motivo di stare in politica senza mostrare la sua vera faccia di nuova destra. Per Grillo e soprattutto Micromega (anche se per motivi diversissimi) dovremo aspettare che vada all’inferno il Partito Democratico, ma tanto quello ha già dimostrato di saper fare da sè… Gli altri, sinistra e destra al di fuori della dicotomia PD-PDL, all’inferno ci sono andati già.
In realtà società civile vuol dire un’altra cosa: vuol dire quel rivolo di centinaia di migliaia di gruppi che, spesso a livello locale, lavorano sul territorio. Si tratta insomma di chi si impegna, richiamandosi ad una propria identità definita, a partire dai probemi che si individuano, che stanno più a cuore tra le migliaia di questioni della società di oggi, e diventano l’oggetto della propria azione. Ed è un’azione reale, non il “fare gli alternativi”, come se fosse un gioco. E’ reale perchè incide sulla realtà. Quindi, è quello che si fa a partire dal volto delle persone che incontriamo e riconosciamo, e non dai simulacri astratti che costruiamo su di loro, quei simulacri che poi pretendono di inglobare tutto.
 

Va bene, ho annoiato abbastanza, cerchiamo di tirare le somme.

L’associazionismo in Italia, sempre nel senso di attivismo sociale e politico, rappresenta un’importante realtà di partecipazione democratica e politica. In Italia oggi ci sono quasi 7000 (settemila) associazioni di tutela dei diritti, 35.000 (trentacinquemila) di promozione sociale, 26.000 (ventiseimila) di volontariato, 1400 (millequattrocento) di solidarietà internazionale, 4.000 (quattromila) ambientaliste. E ce ne sono tante altre che si
occupano di: tutela dei più deboli, affermazione dei diritti e dei bisogni (e sulla differenza tra diritti e bisogni necessiterebbe un altro post, ma la cosa mi annoia tremendamente perchè dovrebbero essere concetti acquisiti), per la trasformazione della società. Svolgono attività di interesse generale, perseguendo la realizzazione di beni comuni che possono inquadrarsi in obiettivi altrettanto generali quali la salvaguardia dell’ambiente, la promozione o la difesa del welfare, lo sviluppo sostenibile.
In definitiva, si tratta quindi di cittadini attivi che si muovono per l’affermazione di una cornice di diritti, a partire dall’assunzione dei propri doveri sociali di impegno civile e di responsabilità comune verso gli altri e verso il pianeta. Anche proponendo dei cambiamenti.
Poi, se qualcuno di recente ha scritto che queste cose servono perchè “poi tutti contenti si torna a casa con la coscienza pulita per sentirsi così alternativi!”… beh, massima libertà di pensarlo, per carità, ma fortunatamente non servirà certo a fermare questo fiume di impegno civile di qualche milione di persone che contribuiscono a dei miglioramenti reali. Ma poi, chiedo e mi chiedo, possibile mai che questo fiume di persone faccia tutto questo per sentirsi la coscienza a posto, e magari pulita con il sapone di Marsiglia? In ogni caso, si tratta di un fiume di persone di cui se permettete, nel pieno rispetto della mia autonomia intellettuale e senza abbracciare mai particolari bandiere, faccio parte, come ho spiegato nello scorso post.
 

Se qualcuno ha voglia di approfondire gli argomenti che, per ovvi motivi di spazio, qui ho appena tracciato, consiglio volentieri qualche lettura interessante, e che affronta tutto questo meglio di come saprei fare io:
 

G. Cotturri: “Potere sussidiario. Sussidiarieità e federalismo in Italia e in Europa”, Carocci, Roma, 2001.
J. Holloway: “Cambiare il mondo senza prendere il potere”, Intra-Moenia, Napoli, 2003.
E. Lévinas: “Totalità e infinito”, Jaca Book, Milano, 1980.
A. Melucci: “L’invenzione del presente”, Il Mulino. Bologna, 1982.
A. Melucci: “Diventare persone”, Gruppo Abele, Torino 2000.
M. Revelli: “Oltre il novecento”, Einaudi.
G. Marcon: “Come fare politica senza entrare in un partito”, Feltrinelli 2005.

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10 risposte a .: Per tornare a casa con la coscienza pulita? :.

  1. ladolcetempesta ha detto:

    ale’ forse la risposta che ti ho dato di la qui sembrerebbe inopportuna
    li ti giuro avevo la coscenza pulita
    se ti leggo meglio credo potrei pure ricredermi ma lasciami cullare nella mia sensazione di benessere d’immersione filiale e familiare poi ricomincio a interrogare la mia coscenza
    un bacione esteso alla famigliola e piu delicato alla dolce viola

  2. ilnodoeilchiodo ha detto:

    il dato di fatto non esiste.
    la società civile non è per definizione buona.
    i partiti non sono per definizione cattivi.
    il cambiamento è fatto anche di rotture e di pensiero faticoso.
    non sono contraria al volontariato, ma la buona volontà che tende la mano e non modifica il principio della disuguaglianza non mi interessa.
    non mi piace la bontà che non prescinde dai suoi privilegi.

  3. SempreAcuacheta ha detto:

    Mi sembra che tu sia perfettamente in grado di spiegarlo.
    E c’è da meditare …

  4. utente anonimo ha detto:

    L’alto numero è un dato importante, ma va depurato, togliendo le centinaia e centinaia di soggetti “inventati” da partiti, Comunione e liberazione,gruppi o singoli personaggi della massoneria o dell’Opus dei…poi c’è la Casaleggio & partner che ha anche Di Pietro e Grillo nella sua scuderia….
    Ma unire tutte le sacche di resistenza al sitema mafioso delle clientele partitiche è l’unica arca di Noè all’orizzonte ..per uscire dal marciume creato dai seguaci del dio denaro.
    Buon lavoro e se potete visitate: http://www.perilbenecomune.net
    Nando

  5. storie ha detto:

    ci sarebbe anche da dire che nel tuo post hai parlato di società civile e di cittadini attivi e che poi si vedono chiudere la porta in faccia proprio da chi hanno votato.

    Questo è uno degli scollamenti tra società reale e quella ch epreetendono di promuovere i politici.

    ch epoi ci siano persone che anche verso quei cittadini attivi hanno pure qualcosa da ridire …beh.. normalmente in questi casi si tratta di persone che criticano stando comodamente sedute in poltrona, salvo non militino in partiti pure loro…

    bel post avvogatto!

  6. ilnodoeilchiodo ha detto:

    ci sarebbe da dire che nel mio commento volevo sottolineare che l’agire è preferibile al fare
    che il pensiero dell’uguaglianza e della democrazia deve venire prima del fare del bene (sento già la puzza d’incenso)
    che ci sono diritti che devono essere riconosciuti come tali, i diritti comportano i doveri, i doveri non sono, per definizione, volontari
    che le signorine per bene fanno la carità e poi sono loro che se ne tornano nelle loro casette calde (o fresche, a seconda della stagione) con la coscienza pulita e i privilegi nella borsetta
    che so bene il volontariato non essere solo questo, vedi l’esempio di teresa strada
    che i partiti non mi fanno schifo e poi non se ne può prescindere, come non mi fa schifo quasi nessuno se non dopo approfondita conoscenza
    che non è di tuo marito o di te che ho parlato non conoscendo il vostro vissuto
    che il pensiero comporta studio e fatica anche seduti su una comoda poltrona
    … se deciderò di militare in un partito sarai la prima ad esserne informata

  7. storie ha detto:

    Concordo, i diritti non sono volontari, ne tanto meno vanno considerati privilegio per pochi. Questo lo fa la politica. Ma penso anche che i gruppi di cittadini, come i comitati spontanei per esempio, uniscano intenti e forze proprio per realizzare un’idea di società piu democratica, più civile.

    Concordo con l anonimo sul fatto che un bel distinguo va fatto per quell’associazionismo che è solo l’ulteriore tentacolo della politica di palazzo.

  8. ilnodoeilchiodo ha detto:

    i diritti non sono volontari né privilegio di pochi né vanno dati per scontato come una volta definitivamente acquisiti, i diritti necessitano di continua ridefinizione, soprattutto in periodi di mutamenti epocali come questo, pensare un fondamento teoretico ai diritti non è l’operazione inutile dei pigri

  9. utente anonimo ha detto:

    Beh..hai fatto e scritto un’ottima sintesi del movimento umano, ossia di quello che spinge le persone (società civile) a muoversi per perseguire un proprio fine.
    Si crede, (almeno così mi sembra) che i partiti e la così detta forma politica democratica sia nata per permettere una equa “ripartizione” tra diritti e doveri”…che l’assetto costituzionale, l’istituzionalizzazione delle forme politiche sia funzionale ad una salvaguardia di tutti, ricchi e poveri, forti e deboli…si crede….
    In questo post penso che ciò che rappresenta il discrimne tra chi la pensa come tu e chi no sia un convincimentod i fondo, credo che il problema sia epistemologico…si dice così? Ossia di interpretazione della realtà…sia, ovvero, squisitamente politico….
    Tra chi crede che l’istituzionalizzazione possa essere funzionale agli esseri umani e che crede che si debba svolgere tutto su altre basi…..
    No?

  10. alex321 ha detto:

    Si.
    E per me le basi sono sempre state “altre”.

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