.: Makarska, 1995. L’anticamera dell’inferno :.

Premessa. I personaggi sono quasi tutti reali, tranne poche eccezioni. Vengono
tuttavia usati nomi di fantasia, per una lunga serie di motivi che saranno chiari
a breve.
Forse è un post a puntate, forse no. Poi vediamo. Dipende dalla mia capacità di
ricostruzione, sia storica sia politica, e soprattutto da… se mi viene voglia o no. Insomma, è un tipo di scrittura che per me rappresenta un po’ una sfida. Staremo a vedere. Se ho toppato, scusatemi.
 


L’arrivo al porto di Makarska è sempre spettacolare. Guardate qua che spettacolo:

 




(cliccare sulla foto per ingrandirla)
 

Oggi, me la sentirei di consigliarlo per una vacanza estiva, ma nel 1995 forse non
era ancora il caso.
Quella mattina, poco dopo l’alba, dell’ottobre 1995, una grande nave portacontainer
aveva attraccato al molo, ed erano iniziate le operazioni di scarico. Anche
l’equipaggio era sceso, assieme alle persone che avevano viaggiato assieme al
carico.
Intanto, prima di addentrarci nella storia, chiariamo che stiamo parlando di
questo luogo qui:
 



 

Il molo, ancora prima che iniziasse lo scarico delle merci, era guardato a vista dai soldati. Oltre la banchina, c’era una fila di carri armati e
mezzi corazzati.
 

La guerra (la prima guerra yugoslava) era passata veloce su Makarska qualche anno prima, e quasi non l’aveva toccata.
Le elezioni croate della primavera del 1990 avevano visto vincere i nazionalisti di
Franjo Tudman, personaggio
pericoloso quanto controverso. A dire il vero non c’è ancora un giudizio storico su di lui, e non è certo
mia intenzione darlo 🙂 Ma sicuramente è pericoloso quando un nazionalista vince le elezioni in uno
Stato che fa parte di una Repubblica Federale. Ed è ancora più pericoloso quando come prima cosa dopo
aver vinto… cambia il primo articolo della Costituzione. O no?
Così, la Croazia smette di essere (vecchio articolo 1) una “Repubblica facente parte della Federazione
Yugoslava, fondata sui suoi lavoratori”, e diventa (nuovo articolo 1) la “Repubblica del popolo Croato”.
I primi ad incazzarsi furono proprio gli italiani, quelli d’Istria, che giustamente dissero: “Scusate,
ma se è la Repubblica del popolo Croato… noi italiani che fine facciamo”?
La risposta fu quella tipica di un governo nazionalista: “Questa è la Repubblica dei Croati, quindi
italiani, sloveni, serbi, montenegrini, albanesi, macedoni e tutto il resto, fottetevi. Al limite, diventate
croati e basta. Poi, nessuno vi obbliga a stare qui, se non vi sta bene potete sempre andare a cagare
da un’altra parte.”
Peccato che tutta questa gente… vivesse lì da secoli…
 

Nell’estate del 1990, nella regione montagnosa della Krajina (sempre in Croazia, ma vicina ai confini con la Bosnia), a
maggioranza serba, venne proclamata unilateralmente la formazione della Regione Autonoma Serba della Krajina, ad opera
di un partito politico locale serbo, una sorta di piccola Lega locale. Beh, normale che quando si cambia
la costituzione in questo modo… sorgano tensioni. La Regione Autonoma della Krajina progetta una propria
Costituzione (volevano arrivare all’indipendenza….) in cui l’Articolo 1 dice: “La Krajina è la terra
dei Serbi che vivono in Croazia interna”.
Sbaglio, o c’è una bella specularità in quello che succede da
ambo le parti?
 

Il governo federale centrale si incazza un po’… ma è un governo debole, perchè tutti i personaggi
carismatici forti erano morti da un pezzo, e da poco c’era stata una bella retata giudiziaria, in quella
che era stata definita la “tangentopoli yugoslava”. Insomma, non erano poi tanto diversi da noi. In questo
quadro politico debole, scala il potere un altro politico pericoloso almeno quanto Tudman:, l’avvocato cinquantenne Slobodan Milosevic (nota: in Italia nessuno pronuncia correttamente il suo cognome, la pronuncia corretta è miloscevisc), altrettanto
nazionalista quanto il collega croato, ma rigorosamente serbo. E cosa fa? Cambia anche lui la Costituzione
della Repubblica Serba! Cambia l’articolo 1, che mentre prima era “La Serbia è una libera Repubblica
facente parte della Federazione Yugoslava fondata sui suoi lavoratori”, diventa di colpo: “La Serbia
è la Repubblica dove è sovrano il popolo Serbo”.
Sbaglio, o in questa storia si assomigliano un po’ tutti?
 

Ritornerò (forse) in futuro sull’argomento, per raccontare come la penso sulla diversità dei popoli
di cui si parla (che infatti non c’è, per questo quella che sarà la guerra… sarà in realtà
guerra civile).
 

In
un clima di tensione sempre più forte, i Serbi residenti in Croazia bloccarono per un certo periodo le strade percorse dai
turisti che si recavano per le vacanze in Dalmazia, blocchi stradali come quelli che oggi vediamo in Val di Susa o a
Chiaiano, e chiedevano solo di avere uguali diritti rispetto agli altri. Il 2 settembre 1990 si tenne nella stessa regione
(la Krajina, che anche se abitata da serbi, restava in territorio croato) un
referendum sull’autonomia e per una possibile futura congiunzione con la Serbia.
Il 19 marzo 1991 si svolse in Croazia un referendum per la secessione del Paese dalla Yugoslavia (vi ricorda qualcuno?).

La consultazione venne boicottata nelle Krajine. Il 9 aprile il presidente Tudman, riorganizzando le
forze speciali di polizia
, ordinò la costituzione di un “esercito popolare croato” (Zbor Narodne Garde).

Nel maggio a Borovo Selo, nelle immediate vicinanze di Vukovar, vennero uccisi in un’imboscata
prima due e poi dodici poliziotti croati.
La dichiarazione di indipendenza (25 giugno), conseguenza diretta dei risultati del referendum, fu
unilaterale, e ovviamente
provocò l’intervento militare yugoslavo, deciso a non permettere che territori abitati da Serbi
fossero smembrati dalla Federazione e slegati dalla madrepatria. Pertanto, da Belgrado parte
l’ordine di invadere la Croazia. Cioè… di invadere una parte della Federazione stessa… di riannettere allo Stato una parte che aveva optato per la secessione.
L’attacco militare iniziò, da parte della JNA (Jugoslovenska narodna armija – Armata Popolare Jugoslava)
nel luglio del 1991, e coinvolse numerose città croate.
 



(cliccare sull’immagine per ingrandirla)
 

Come si vede dall’immagine, mentre la II Armata Titograd assalta e bombarda Dubrovnik, facendo
a pezzi gli alberghi sul lungomare che il ministro italiano De Michelis aveva acquistato per riciclare i
soldi delle tangenti versate al PSI, le truppe della IV Armata Sarajevo e della 37° Armata Uzice,
aggirano le linee dell’Esercito Nazionale Croato, a dire il vero composte solo da 700 uomini (a fronte dei 30.000 della JNA!), attestate alla difesa di Dubrovnik, ed iniziano a risalire lungo la Dalmazia.
Aggirano Makarska, ma non hanno interesse nè a prenderla nè a distruggerla: non è un grande porto, non ha rilevanza strategica, ma solo turistica. Nonostante questo, alla notizia del bombardamento di Dubrovnick, molti abitanti avevano preferito spostarsi sulle isole, temendo pericoli, che però non divennero realtà.
Oltretutto, l’obiettivo della JNA è un’altro,
di importanza strategica maggiore: conquistare Spalato, che è certamente più importante come porto
e come città, e fissare lì una testa di ponte per la conquista di Zara, compito assegnato alla
IX Armata Knin. In tal modo, tutto il controllo dell’Adriatico sarebbe tornato nelle mani di
Belgrado. Da notare che, storicamente, questo piano di invasione non è una novità: è lo stesso identico
piano usato dalla stessa JNA, quando era ancora un insieme di formazioni partigiane, per cacciare via
le truppe di Hitler dai Balcani, alla fine della seconda guerra mondiale. In quell’occasione il piano
riuscì, e le formazioni partigiane arrivarono fino a Trieste, con i nazisti in fuga verso l’Austria.
Così, la guerra del 1991 aggira Makarska senza ferirla. Le armate della JNA procedono verso nord.
 

Il 5 ottobre ’91, Tudman si rivolse alla popolazione croata, esortandola a mobilitarsi e difendere
il Paese, attaccato dalla JNA e da diverse formazioni paramilitari krajine. Nasce la resistenza croata, che in certi casi si rifà apertamente, sia ideologicamente sia nelle azioni, agli Ustascia, la milizia filo-nazista croata dei primi anni ’40. La JNA fu incapace di avanzare
secondo i progetti proprio a causa della resistenza croata: se nel ’44 i nazisti erano in fuga, ora l’avversario non fugge affatto!
Non solo. Un vero e proprio esercito croato non esiste ancora, visto che lo Stato è appena
nato e non è neanche completamente sganciato da quello yugoslavo. Ma di colpo, arrivano in
Croazia… una valanga di soldi. Dall’estero. E conseguentemente una valanga di armi.
(da tenere presente che anche in Serbia arrivavano una valanga di soldi ed armi dall’Estero,
in particolare dalla Germania, mentre a rifornire sottobanco la Croazia era… indovinate
un po’? E giacchè ci siete… indovinate anche il perchè all’improvviso degli Stati esteri
si mettono a finanziare Serbia e Croazia).
 

Nei primi giorni di maggio del 1995 venne lanciata dalle forze croate, oramai in possesso di armamenti moderni, ed organizzate come vero e proprio esercito, nelle pianure della
Slavonia l’operazione Lampo (Operacija Bljesak). Nell’agosto dello stesso anno iniziò
anche l’operazione Tempesta (Operacija Oluja) nella regione della Krajina. Obiettivo di
queste campagne militari era la riconquista del territorio croato controllato dai Serbi. Le
operazioni militari, unitamente alla martellante propaganda delle radio serbe (che paventavano e
spesso non a torto
il massacro dei civili da parte delle truppe croate), costrinsero alla fuga migliaia di
civili (secondo i dati dell’ultimo censimento yugoslavo del 1991 i Serbi rappresentavano il
12,16% della popolazione croata). Si stima che più di 200.000 Serbi furono obbligati
alla fuga dall’esercito croato, che si rese protagonista di una delle operazioni di
pulizia etnica più rilevanti di tutto il periodo 1991 – 1995
. Il Tribunale Internazionale
dell’Aja ritenne responsabili di tali atrocità diversi comandanti militari croati, ma questo
ancora oggi si dice in Germania, ma non in Italia, dove invece si parla solo di
atrocità e pulizia etnica di parte serba. E si sa anche il perchè.
Le operazioni militari terminarono con un netto successo militare croato: le forze serbe
non opposero grande resistenza, ed arretrarono verso la Bosnia-Erzegovina. Beh certo, detta così sembra semplice. Il problema è che tecnicamente ogni riallineamento del fronte (che brutta espressione) è un’operazione costosa. E non si paga in dollari. Si paga in sangue umano.
 

Dopo le operazioni Lampo e Tempesta, tutta la Croazia era sotto controllo di Zagabria, ma in ogni caso, l’esercito croato
era ancora presente fuori dalle caserme in tutte le città.
Anche a Makarska, quando attraccò la nave, in quell’ottobre ’95. Ora, possiamo tornare lì.
 

Lo scarico dei 100 e passa container avveniva lentamente, Makarska non è un porto
industriale come Spalato, Zara o Trieste, per cui tutto avveniva un po’… artigianalmente. Sempre sotto l’occhio attento dei soldati.
Le 130 persone che erano scese dalla nave, trasportate assieme al carico, avrebbero
preferito andarsene via da qualche parte, ma attorno a Makarska c’era un controllo
perimetrale
molto stretto fatto dall’esercito. Il controllo perimetrale era fatto
dalla brigata femminile del Zbor Narodne Garde. Direte voi, ingenuamente,
“beh un esercito tutto fatto da ragazze, sai che sexy!”. Non avete capito una mazza. 😦
Ecco a voi una donna della brigata femminile del Zbor Narodne Garde, poi ditemi voi
che c’è di sexy:
 



 

Ed erano anche bastarde parecchio. Nel senso che se ti dicevano di fermarti
subito, dovevi fermarti sul serio subito e con le mani in alto e il
passaporto in bocca. Altrimenti sparavano, senza porsi proprio nessun
problema. E per loro subito era subito e basta.
Ma non è di questo che vogliamo raccontare.
 

La nave era già pronta da mesi, per arrivare a Makarska, ma non le era
stato possibile arrivarci. Una volta la NATO aveva detto di no. Un’altra
volta l’ONU aveva dato parere negativo. La Yugoslavia era isolata e sballottata
da quattro anni di guerra, di cui già abbiamo parlato
tempo fa, per l’anniversario della strage di
Mula Mustafe Bašeskije, e si impediva l’accesso dall’estero di una
nave che trasportava articoli sanitari e medicinali, mentre chissà perchè
le armi non le fermava nessuno.
 

Già. Sanitari e medicinali, stipati in 108 container, più 130 persone, tutti
volontari, tra i quali personale medico e paramedico. Una missione di
soccorso internazionale, disarmata, solidaristica. Quindi non una missione
umanitaria
(in stile caritas), ma una missione di soccorso (in stile
médecins sans frontières, o emergency, per capirci). Destinazione: Lipnica,
un paese sui monti della Bosnia talmente fatto a pezzi che non è presente
neanche sulle carte geografiche:
 

http://maps.google.it/maps?f=q&hl=it&geocode=&q=Lipnica&sll=41.442726,12.392578&sspn=9.781172,16.435547&ie=UTF8&ll=44.582643,18.643799&spn=0.072644,0.128403&t=h&z=13&iwloc=addr&output=embed&s=AARTsJppwA2xFKTe7jvOJVtMmb2PqMvp3g
Visualizzazione ingrandita della mappa

 

Il capo della spedizione si chiamava Leif, un ex poliziotto del nord della Svezia, per cui
più che un poliziotto era un guardaboschi, poi diventato sindacalista.
I 130 che l’avevano seguito fin lì erano 47 volontari svedesi, 12 belgi, 21 inglesi, 32 spagnoli, 15 yugoslavi che si erano trovati
fuori dal loro Paese, e 3 italiani.
Prima di partire, la missione, guidata da un sindacato internazionale e da Médecins Sans Frontières, aveva mandato una
persona sul posto, che tra mille peripezie, agguati, bombardamenti, cecchini e razzi, era riuscito
a farsi un’idea. Questa persona si chiama Ulf, altro dirigente sindacale svedese. Aveva
spiegato tempo prima, mandando una bella relazione via fax, che a Tuzla e Lipnica non era
sopravvissuto quasi nessuno
, tra i minatori bosniaci che vi abitavano.

Aveva raccontato che dopo l’avanzata croata e la controffensiva della JNA, quindi dopo ben due riallineamenti del fronte, i pochi
sopravvissuti si erano organizzati in bande paramilitari, e che anche da sud arrivavano
bande di pseudo-predoni che in nome di qualche falso nazionalismo etnico assaltavano una
città popolata oramai solo da donne e bambini. Pertanto, l’accesso a Tuzla non era possibile.
E senza Tuzla non si poteva arrivare a Lipnica, visto che da Tuzla partiva l’unica
strada esistente per Lipnica.
La nave rimase quindi ferma ancora per qualche mese.
Solo nel settembre 1995, l’arrivo dei caschi blu delle Nazioni Unite aveva “ripulito”
la zona, e l’esecuzione della missione era stata autorizzata dall’ONU.

 

Tra i volontari sbarcati a Makarska ce ne sono due che seguiremo da vicino, come
riferimento, e saranno un po’ i protagonisti, se questa storia dovesse avere
prossime puntate. Sono un ragazzo ed una ragazza, entrambi di circa 25 anni,
lui italiano, lei slovena. Anzi facciamo una cosa: scegliete voi lettori i loro nomi,
così il come si chiamano lo decidiamo per elezione diretta 🙂
Lui è lì perchè si occupa di politica, fa parte di un’organizzazione pacifista bresciana, e vuole mettere a disposizione due braccia
e una testa, le sue, a disposizione di una popolazione stremata, come fatto idealistico e
contro la guerra. Lei è un ex soldato
del nascente esercito sloveno, catturata dalle truppe della JNA, con le quali ha
passato un brutto quarto d’ora; evasa, aveva riparato in Italia, ed ora cercava di
dare una mano alla ricostruzione della sua terra.
 

I due camminano sul lungomare di Makarska, costellato di mezzi militari con lo
stemma croato (lo stesso che sta sul cappellino della soldata qui sopra).
Lui: “Ma… questi carri armati sono tutti M1340…”
Lei: “Embè?”
Lui: “Ma li fa la FIAT….”
Lei: “Ah non sapevo, sapevo che era roba italiana, come quasi tutti gli armamenti…”
Lui: “Sono FIAT, lo so bene.”
Lei: “Guarda lì quell’obice semovente! Quello è potente sul serio!”
Lui: “Ma è un M43…!!!
Lei: “Beh, è un calibro 75/34, ha una gittata di oltre 6 Km, con proiettili esplosivi..”
Lui: “Si ma non dico questo… gli M43 li fa l’Ansaldo….”
Lei: “Certo! Tutto Made in Italy! Ma scusa, ti risulta che l’industria militare italiana
sia in crisi?”
Lui: “No, lo so che non è in crisi… ma allora non capisco… Fiat e Ansaldo si sono
apertamente schierati con Tudman?”
Lei: “Ma nooooo! Lo sai o no che a Kraguievac, in Serbia, Giovanni Agnelli in persona
ha inaugurato una fabbrica dell’IVECO, no? E secondo te di questi tempi… fa i camion per
la Serbia, o i carri armati?” (Nota: la fabbrica in questione è stata distrutta nel 1999 da un bombardamento NATO sulla Serbia)
Lui: “Certo. Pecunia non olet… ma mi chiedevo da dove Tudman trova i soldi per pagare…”
Lei: “Sai che ha un fido bancario, lo Stato Croato, no?”
Lui: “Sì lo so. Gliel’ha aperto papa Wojtila, lo so bene… ma possibile che gli dia
tutti questi soldi?”
Lei: “Ma no che non glieli da! Fosse scemo? Gli da solo la garanzia del fido…”
Lui: “E gli danno i carri armati lo stesso?”
Lei: “Beh, con la garanzia della Banca del Vaticano… credo che tutti ti diano la roba a credito…
Poi, anche per la Serbia è la stessa storia: lì la garanzia del fido bancario gliel’ha data
direttamente Helmuth Kohl da Bonn. E con la Banca Centrale di Germania che garantisce… chi non
ti da la roba a credito?”
Lui: “Certo certo… la cattolicissima Croazia… e c’è da fermare l’ortodossia serba… andiamo a
mangiare qualcosa? La vista di tutti questi mezzi blindati mi mette in ansia… e c’è troppa puzza
di kerosene, qui.”
Lei: “Come no, ti porto io in un posto: fanno del pesce ottimo :)”
 

Nell’arco di due giorni, tutti i container erano stati scaricati, controllati in
dogana (a dire il vero il controllo fu un po’ sui generis), e caricati su una lunga carovana di TIR, assieme ad altri mezzi che trasportavano
i volontari.
Certo, prima di partire da Makarska, non si può non dare un saluto alla città dal suo
meraviglioso belvedere naturale:
 



(cliccare sulla foto per ingrandirla)
 

La mattina dopo, la carovana era in movimento verso nord, lungo la Statale 39. Verso
Cista Provo. Verso il confine. Verso l’inferno.
 

Non si sa se la storia proseguirà oppure no. Chi vivrà vedrà.

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19 risposte a .: Makarska, 1995. L’anticamera dell’inferno :.

  1. rigirandola ha detto:

    E ci lasci così???
    Comunque auguri per quest’inizio che avrà sicuramente un continuo…
    Sicuramente ho detto?
    Ops…mi è scappato…ogni tanto lascio scappare qualche parola…
    🙂

  2. rigirandola ha detto:

    E ci lasci così???
    Comunque auguri per quest’inizio che avrà sicuramente un continuo…
    Sicuramente ho detto?
    Ops…mi è scappato…ogni tanto lascio scappare qualche parola…
    🙂

  3. gintonic76 ha detto:

    ciao alex….son tornato qui e anche su quello vecchio.

  4. storie ha detto:

    caro Superstite…. prolisso, molto, lo leggo nel fine settimana ? 😀

  5. storie ha detto:

    caro Superstite…. prolisso, molto, lo leggo nel fine settimana ? 😀

  6. dodo712 ha detto:

    Anche quest’anno sulla costa croata sbarcheranno migliaia di bagnanti italiani alla ricerca di posticini deliziosi come Makarska.
    Una ripassatina critica alla recente storia balcanica (specie se così ben raccontata) non fa certo male.
    In attesa della prossima puntata.

  7. dodo712 ha detto:

    Anche quest’anno sulla costa croata sbarcheranno migliaia di bagnanti italiani alla ricerca di posticini deliziosi come Makarska.
    Una ripassatina critica alla recente storia balcanica (specie se così ben raccontata) non fa certo male.
    In attesa della prossima puntata.

  8. macca ha detto:

    Mi trovi attento e desideroso che tu continui.
    La storia tragica, recente, dei miei “vicini” mi interessa particolarmente.
    Puoi immaginarlo.
    Daniele

  9. alex321 ha detto:

    Non ci siamo, ragazzi 🙂
    Avete ancora da scegliere i nomi dei futuri protagonisti, come scritto nel testo 🙂
    Lui italiano, lei slovena. Se vi serve una selezioni di nomi sloveni, li trovate qua –> http://wapedia.mobi/it/Nomi_sloveni
    😛

  10. alex321 ha detto:

    Non ci siamo, ragazzi 🙂
    Avete ancora da scegliere i nomi dei futuri protagonisti, come scritto nel testo 🙂
    Lui italiano, lei slovena. Se vi serve una selezioni di nomi sloveni, li trovate qua –> http://wapedia.mobi/it/Nomi_sloveni
    😛

  11. rigirandola ha detto:

    Lui: Luigi
    Lei : Elizabeta.
    Che dici?
    Un sorriso a te.

  12. rigirandola ha detto:

    Lui: Luigi
    Lei : Elizabeta.
    Che dici?
    Un sorriso a te.

  13. zanzaretta ha detto:

    Lei: Maruška
    (mi pare abbastanza dell’est, senza essere un nome da pornostar)
    Lui: considerato che fa parte di un’associazione pacifista bresciana, dovrebbe chiamarsi Faustino, o al limite Fausto.

    Quando prosegui?

  14. alex321 ha detto:

    Fausto mi sta bene 🙂
    Ma Maruška mi sembra ancora troppo da porno star 😀
    In privato mi è stato proposto Mateja. Che ne dici?

  15. alex321 ha detto:

    Fausto mi sta bene 🙂
    Ma Maruška mi sembra ancora troppo da porno star 😀
    In privato mi è stato proposto Mateja. Che ne dici?

  16. zanzaretta ha detto:

    Scusami tanto, ma Mateja è proprio bruttino… poi pensando che è il femminile di “Matteo”… mi sa che per una donna sarebbe una condanna…
    Meglio Elizabeta 🙂

  17. zanzaretta ha detto:

    Scusami tanto, ma Mateja è proprio bruttino… poi pensando che è il femminile di “Matteo”… mi sa che per una donna sarebbe una condanna…
    Meglio Elizabeta 🙂

  18. alex321 ha detto:

    Allora ti propongo: Fausto ed Elizabeta.

  19. alex321 ha detto:

    Allora ti propongo: Fausto ed Elizabeta.

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