.: La storia di M. :.

Napoli, giugno 1990

Tanti e tanti anni fa, sì esatto, quando ero giovane, mi capitò di
imbattermi in M. Fu una storia di quelle che ti fanno sgranare gli occhi,
e ti fanno incazzare come una jena verso le persone.
M. aveva 17 anni, gli mancavano tre mesi per diventare maggiorenne,
era nato e vissuto in una città capoluogo del nord est, del ricco opulento
e ben pensante nord est.
Come fosse arrivato a Napoli, è facile da immaginare: in treno, senza
biglietto, saltellando da un regionale ad un altro, senza una meta
precisa.
Così, in quella calda sera di giugno 1990, si trovò a contatto con noi,
nel centro di Napoli, a Piazza San Domenico.
Cogliendoci di sorpresa, la storia infatti aveva dell’incredibile,
ci raccontò di come suo padre lo avesse cacciato via da casa, dopo
anni di percosse e violenze fisiche e psicologiche. Ci raccontò di come
lo avesse sbattuto fuori urlandogli dietro che non ne voleva sapere
più nulla di lui. E non fa certo bene alla salute, sentirsi dire una
cosa del genere a 17 anni dal proprio padre.
Alla fine della storia, ci disse: “Ragazzi… non è che avete un posto
dove dormire?”
S., una nostra amica, se lo portò a casa per quella notte. Il giorno dopo
se lo portò a casa un altro. Poi toccò a me. Insomma, in pratica
adottammo M. in gruppo 🙂

La Napoli di quei tempi non era mica quella di ora 🙂
Per certi versi era migliore, per molti altri era peggiore.
Insomma stavamo a Napoli con questo M. appresso, che aspettava
solo che passassero gli ultimi tre mesi che lo separavano dalla
maggiore età, per poter mandare a fanculo la famiglia che l’aveva
cacciato via.
Era anche divertente, la cosa. Noi tutti napoletani, e lui che
sul più bello parlava veneto 🙂 Ce lo portavamo anche alle
riunioni politiche (roba extraparlamentare, eh!), e lui prendeva
i volantini, e se li metteva nello zainetto.

A metà giugno, la mia famiglia era via in vacanza. Io invece
ero rimasto a casa, da solo, perchè stavo studiando (ehi! Ero
uno studente molto diligente, che credete!!). Così una sera
mi portai M. a casa.
Era sera, ed io tenevo in camera mia il computer acceso. Siccome
era il 1990, i computers non erano diffusi come ora, anzi erano
rari, molto rari, e M. non ne aveva mai visto uno. Ne fu
immediatamente attratto.
Si sedette avanti al computer, scovò un videogioco cretino
preinstallato con il quale non giocavo mai, e iniziò a rollarsi
una sigaretta dietro l’altra, giocando al computer.
Gli dissi che poteva dormire lì, nel mio letto che era nella
stessa camera.
Alle 23.00 me ne andai a dormire nella camera dei miei, lui era
ancora al computer ad arrollare sigarette e fumarle mentre
giocava. Si sentiva solo il “bip bip” del gioco.
Mi addormentai.

Dopo aver sognato per tutta la notte il “bip bip” del giochino,
mi svegliai, mi alzai con calma, varcai la soglia della camera
e…
…era oramai pieno giorno, erano da poco passate le 9.30, e
M. era ancora davanti al computer, con il portacenere stracolmo
di cicche, il cestino pieno di ritagli di cartine, ed era ancora
con la faccia nel monitor, e si sentiva il “bip bip”….!
Non gli dissi nulla, mi mossi lungo il corridoio verso la cucina,
e…….

Nel varcare la soglia della cucina mi sono sentito come devono
essersi sentiti i sette nani quando tornarono a casa ignari del
fatto che fosse arrivata Biancaneve.
La cucina, ed il resto della casa, erano lindi pinti e puliti
come se fosse passata un’orda di squadre di pulizia. Tutto che
sbrilluccivava e profumava di pulito.
Nel bagno, stessa cosa.

Mi precipitai in camera mia come un fulmine: “M. che diavolo
hai combinato? Credevo che fossi stato tutta la notte a giocare
con il computer!”
M.: “Sei andato a dormire che giocavo, ti sei svegliato che sto
giocando, quindi sì, per la tua percezione sono stato a giocare
tutta la notte. Te la do per buona, è andata così”.
Io (indicando il letto ancora intatto): “Ma non sei proprio andato
a dormire?”
M.: “Ma noooo! ‘Sto gioco è troppo bello!”
Io: “Non hai giocato tutta la notte…”
M.: “E se invece lo fosse?”
Io: “Senti un po’, qua ci stanno 100 metri quadri di appartamento
che sembra che ci sia passata sopra un’orgia di detersivi e spugne…!”
M.: “E se fosse? Quale è il problema?”
Io: “Ma non ti dovevi permettere! Le pulizie a casa mia me le faccio
Io!”
M.: “Non mi hai presentato il conto, eppure mi hai ospitato…”
Io: “Ma non hai dormito! Il letto non l’hai usato, e poi questo non
è un albergo!!”
M. (sorrisino): “Beh, scusami, ma dovevo fare in qualche modo. Ho
in tasca solo 400 lire, e almeno sono stato sotto un tetto a giocare
al computer.”

Mi rassegnai, avevo capito che era il suo modo di sdebitarsi, ok allora,
bene così.
La sera ce lo portammo ad una riunione politica, dove fece incetta
di volantini e fascicoletti (il ragazzo studiava!).
Passò circa una settimana, poi giustamente ‘sto povero ragazzo
una soluzione doveva pur trovarla. Ne parlammo una sera, perchè lui
era un po’ disperato, e dopo ore di chiacchierata, spinto anche da noi,
si decise: per questione proprio di principio, sarebbe tornato a casa
sua. Decisione rischiosa, ma dovuta. Un momento forte nel ciclo
esperienziale della sua vita.
Facemmo una colletta, e gli pagammo il biglietto per un Intercity
da Napoli al Veneto. Non volle che lo accompagnassimo alla stazione,
perchè odiava gli addi. Ci salutammo a corso Umberto I, avanti
all’Università, con un lungo scambio di calorosi abbracci.
Credevamo fosse un addio, invece….

(Il paragrafo che segue non l’ho vissuto di persona, è ricostruito
in base ad i racconti diretti fattimi sia da M. sia dalla polizia
ferroviaria)

M. arriva alla stazione di Napoli Centrale e inizia a vagare di qua
e di là in attesa dell’orario del treno. Vedendolo un po’ trasandato
e trascurato, e senza grosse valige ma solo un piccolo zainetto da
studente in un periodo in cui le scuole hanno chiuso, due agenti
della polizia ferroviaria lo fermano e gli chiedono i documenti. Vedono
che è minorenne, che è solo, e sentono l’accento veneto. Gli intimano
di aprire lo zainetto per un controllo.
Dallo zainetto non escono vestiti di ricambio (non ne aveva), ma solo
i volantini ed i fascicoletti che aveva collezionato, più 1 grammo di
hasis. Lo fermano, e se lo portano alla stazione della polizia
ferroviaria.
Essendo minorenne, fanno un rapido accertamento anagrafico e telefonano
a casa per avvisare la famiglia.
Secondo l’agente con cui ho parlato, il dialogo deve essere andato
così:
Poliziotto: “Pronto, è la famiglia XXX?”
Uomo: “Sì, chi è?”
Poliziotto: “Lei è il padre di M.?”
Uomo: “Sì sono io. Lei chi è?”
P.: “Polizia Ferroviaria di Napoli. Guardi abbiamo trovato suo figlio da solo nella stazione di
Napoli Centrale, con un grammo di hasis ed una serie di pubblicazioni
clandestine extraparlamentari”.
U.: “Ah, l’avete trovato?? E tenetevelo! Che io non ne voglio sapere
niente!!!”
P.: “Come scusi?”
U.: “Non solo lei è un poliziotto, ma dall’accento lei è anche certamente un
terrone di mmerda, per cui capisco che l’italiano lo capisce male!
Tenetevelo, non
ne voglio sapere nulla! Io, per quel che mi riguarda, non ho più figli!”
P.: “Al di là delle offese, sulle quali potrei anche sorvolare, ma lei lo sa
che si sta in pratica denunciando da solo?”
U.: “Ioo??? Ma che cazzo dici, sbirro di merda! Io non ho fatto nulla!
Denunciarmi
per cosa?”
P.: “Abbandono di minore, mai sentito parlare?”
U.: “Quello stronzetto fa 18 anni tra due mesi, qua nella mia famiglia a
quell’età
già ce la vedevamo da soli, altro che minori!”
P.: “Non c’entra la sua famiglia e le abitudini, è una questione
legale.”
U.: “Legale sto cazzo! Non ho tempo da perdere, sbirro! Denunciami se vuoi,
ma non rimandarmi qua quel tipo!”
P.: “Guardi che quel tipo è suo figlio!”
U.: “Hai rotto il cazzo, sbirro, se me lo rimandi qua, io te lo rimando
indietro.”
La telefonata viene interrotta dal lato veneto. Il poliziotto non ha altro
da fare che avvisare il tribunale che c’è una nuova notizia di reato.
A questo punto, M. chiede se possono fargli fare una telefonata, e siccome
alla polfer hanno capito che il ragazzo è vittima, glielo concedono, ma M.
ricorda a memoria solo un numero di telefono: il mio.

Siamo tutti nel posto di polizia della stazione di Napoli Centrale. Io, L.,
S., tutti gli amici, e c’è M. disperato seduto in un angolo.
Il poliziotto scuote la testa. Io insisto a dirgli: “Ma sto ragazzo, non ha
fatto niente!! Non potete fare una cosa del genere! Ho casa libera, me lo
porto a casa io!”
Poliziotto: “Aridaje! Lei ha ragione, circa il fatto che il ragazzo non
ha fatto niente, ma è minore, e lei non è un parente, quindi non glielo
posso dare! Per me lei è un perfetto sconosciuto!”
Io: “E se il giudice dispone cosa fare tra tre mesi? Questo tra tre mesi
è diventato già magiorenne…!!”
Poliziotto: “La legge non l’ho inventata io… Le ripeto lei ha ragione,
ma noi non possiamo fare altro che mandarlo presso una struttura
abilitata dal tribunale per queste cose…”
Io: “E allora perchè non lo mandate in un orfanotrofio?”
Poliziotto: “Gliel’ho già detto: non ci sono posti letto disponibili.”
Io: “E lo mandate proprio in quella struttura là??? Non ce ne sono altri
con posti liberi?”
Poliziotto: “Sì ce ne sono, ma sono solo comunità di recupero, e non
possiamo mandarlo lì.”
Io: “E lo mandate allora… presso una struttura di cura psichiatrica? Ma
era meglio la comunità di recupero!!!”
Poliziotto: “Se la legge dicesse che si può….”
Io: “Su! Il ragazzo aveva con se un grammo di hasis!! Mandatelo in comunità!
Non tra i pazzi!”
Poliziotto: “Per un grammo di hasis, il giudice non convaliderebbe mai la
comunità! Su, un grammo di hasis fa ridere ai polli.”
Io (guardando gli amici): “Ragazzi, facciamo una colletta, andiamo a
comprare
qualcosina, e la mettiamo nello zaino di M.”
Poliziotto: “Se comprate altre cose… poi superate la dose personale, ed è
spaccio, non roba da comunità”
Io: “E che miseria… non si può manco essere tossici abusivi…!”
Poliziotto: “La legge dice che non si può.”
Io: “Già, e lei non pensa. Lei agisce, vero?”
Poliziotto: “Precisamente”.
Esco dal posto di polizia sbattendo la porta e urlando: “Guagliù,
jammucenn! Jamm a sturià un piano per fare evadere M.!!”

In realtà, quella struttura psichiatrica era… il manicomio giudiziario. Ma
vista la situazione, il personale mostrò molto buon senso. Nel senso che
misero M. da solo, non con i criminali folli, e ci lasciavano entrare
ed uscire quasi liberamente. E certe volte lasciavano anche uscire lui.
Meno male, anche perchè studiare un piano di evasione non sarebbe stato
semplice e – con il senno di poi – avrebbe certamente complicato le cose
🙂

Secondo l’ordinanza del tribunale, il giorno dopo del suo 18esimo
compleanno,
M. fu cacciato a pedate da dentro la struttura di ricovero. La calda
estate si avviava alla fine, ma lui fu perentorio con noi: “Sì, me ne vado.
Ma a casa non ci torno. Non ci tornerò mai più. Rivedrò mio padre solo
quando
andrò a testimoniare contro di lui al processo per abbandono di minore,
se ci
sarà.”

Partì un giorno di settembre. Stavolta gli pagammo il biglietto per un
Regionale Napoli-Roma. Di lui non sapemmo più niente. Niente di niente.
La mia idea era che avesse fatto una brutta fine. Ero convinto che trovatosi
a Roma, da solo, senza nè soldi nè un lavoro, si fosse cacciato in un
brutto giro, e fosse finito o in
galera, o in una qualche tossicodipendenza. Fatto sta che da settembre 1990,
cavoli… 18 anni fa, non ne abbiamo saputo più nulla.

Roma, 9 dicembre 2002

Sono appena uscito da una riunione politica molto pallosa, nella zona di
Viale Marconi. Le uniche note positive, in una riunione che alla fine
aveva avuto poco di politico e molto di tecnico, erano state un cane
randagio che era entrato dentro, e che si era fatto accarezzare dal
sottoscritto
per un’ora, e la brunetta con gli occhiali che stava seduta alla mia
sinistra. Avevo
anche attaccato a parlare, ma poi la cosa era finita lì e me ne ero
andato senza
manco darle il mio cellulare.
Una volta fuori, mi rendo conto di stare in astinenza da caffè, ma Viale
Marconi,
per chi conosce la zona, è piena di bar. Entro nel primo bar che mi capita,
ed ordino
il caffè. Lo bevo avidamente, poi vado alla cassa a pagare.
Io: “Le dovrei pagare un caffè.”
Cassiere: “65 centesimi”.
Io: “Non li ho di spiccioli, le do 5 euro, mi spiace per il resto che mi
darà…”
Cassiere: “Non è un problema Alex, sto pieno di monete.”
Io: “Ah, meno male! Scusi, eh”

(oh cavolo. Ma mi ha chiamato per nome?)

Cassiere: “Eccoti i 4 euro e 35 centesimi, Ale. Ma sinceramente non te
lo vorrei
far pagare questo caffè. Anzi sai che ti dico? Te l’ho offerto io.” E mi ridà i 5 euro.
Io: “Ehmmm… ci conosciamo?”
Cassiere: “Certo! Sono quello che ti ha pulito casa mentre giocava al
computer!!!”
Io: “M.??????”
(e chi cazzo l’aveva riconosciuto! Lasciai un ragazzino appena 18enne,
ed ora mi
vedo davanti un trentenne ben vestito e con la fede al dito!)
M.: “Certo! Sono io! Ah ma ci hai messo tempo a riconoscermi! “

Così appresi che M., quel giorno di tanti anni fa dopo esserci salutati, appena arrivato a Roma, era uscito dalla stazione ed
aveva passato in rassegna tutti i bar che trovava sulla sua strada, uno dopo
l’altro, a chiedere se qualcuno avesse bisogno di un ragazzo per le
consegne o
cose così, anche per lavare, che lui era bravo. (ed i pavimenti di casa mia ne sanno qualcosa)
Al 20esimo bar, aveva trovato chi se lo prese per 20.000 lire al giorno
ed il
permesso di dormire nel retrobottega. Prima come ragazzo
porta-guantiera, poi
con un piccolo aumento, al banco.
Deve essere stata una vita difficile. Ma ha tenuto duro e stretto i
denti.
Doveva essere un bravo barista, perchè il padrone se lo prese a cuore.
Diventò nel 1995 un barista regolarmente assunto con contratto di lavoro del
commercio, nel 1998 si è felicemente sposato, e con l’aiuto di un mutuo
bancario,
nel 2000 ha comprato il bar a via Marconi dove l’ho incontrato. Già, il
bar era
suo.
D’altronde, come mi disse al momento di salutarci (stemmo a parlare alla
cassa quasi un’ora): “Alex, che dovevo fare? Quando ti sbattono fuori dalla
famiglia, e ti trovi ad avere alloggio in un manicomio giudiziario, beh se
non cacci la grinta in questi casi… vuol dire che proprio non ne hai. Io
c’ho provato, e mi è andata bene”.

Uscii dal bar con un gran sorriso sulle labbra e la convinzione che quella
era una bella serata. Finalmente i fatti avevano dimostrato che le mie
cattive idee del settembre ’90 circa la fine che avrebbe fatto M. erano
sbagliate.
Mi avviai lungo viale Marconi verso il punto dove era parcheggiato il
mezzo mobile, quando all’improvviso dietro di me sentii una voce: “Ehi
Ale! Già non mi riconosci più?”
Pensai tra me e me: “Ma che è oggi? La sera del ritrovarsi?”
Invece no, era la brunetta con gli occhiali, che subito mi disse: “Mi
chiedevo
se per caso vai verso la Nomentana, sai è dall’altra parte della città e
si è fatto tardi….”
Le diedi un passaggio, ma questa è un’altra storia. Che sarebbe durata
un anno e mezzo, ma quella sera non potevo saperlo. 😉

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16 risposte a .: La storia di M. :.

  1. Demona ha detto:

    Grande…grande grande grande…
    😀

  2. lorypersempre ha detto:

    Bellissima storia.
    Chi non molla, prima o poi, ce la fa. Sempre 😉
    Leela

  3. jumpOnBoard... ha detto:

    alcuni sn padri solo all’anagrafe..la storia che hai raccontato è allucinante.

  4. ladolcetempesta ha detto:

    della serie che se anche sembri un disperato ma qualcuno ti aiuta a non diventarlo per davvero una speranza di riuscita si puo’ sperare

    bella storia alex

  5. carmen_asteria ha detto:

    ci sono giorni in cui hai proprio il bisogno di sentire/leggere una bella storia 🙂

    C.

  6. acuacheta ha detto:

    Allora ogni tanto c’è ancora il “lieto fine”…
    🙂

  7. maredidirac ha detto:

    oltre ad aver dato una mano a chi ne aveva bisogno, mi hai pure fatto piangere dalla gioia e mi hai risollevato il lunedì…grazie! un abbraccio!

  8. upuaut ha detto:

    Davvero, ci sarebbe bisogno di leggerne di piu’, di storie come queste. Fanno bene.

  9. Sydbarrett76 ha detto:

    minchia che film, se trovi un regista c’hai il soggetto pronto 🙂

  10. mirandadenoche ha detto:

    …Mi ricordi la ladra di libri, la protagonista di un libro….la magia delle parole ed il suo essere speciale nel raccontarle….credo che il tuo sia un dono, di saper scrivere, complimenti..elena_alf

  11. Cassandra85 ha detto:

    wow… alla faccia del padre, direi!

  12. cercacoccole2 ha detto:

    Oh, ma allora si leggono anche cose con uno sprazzo di positivo qui.. 😉
    Mi sono lasciata prendere dal racconto – visto anche il preambolo di ricco opulento ben pensante nord – ed è bello trovare segni di tenacia e realizzazione..
    Buona giornata, Ale.

  13. utente anonimo ha detto:

    Cazzarola, mi devo ricordare di andare a bere in via Marconi, quando ripasso per Roma…;-)
    Cmque, aldilà della bellezza della storia (mi ha ricordato un mio amico orfano&tossico che, apeena uscito di comunità davano tutti per spacciato…ha imparato a lavolare il cuoio e le pelli, è bravissimo, guadagna bene e gira per l’Italia col camper che si è comprato…e tocca solo qualche bottiglia di lacrima ogni tanto) quello che mi ha fatto riflettere è l’atteggiamento della polfer….una volta generalmente erano la “forza pubblica” con più sale in zucca,ultimamente noto che si stanno “instronzendo”…mi sembra un segno dei tempi

  14. utente anonimo ha detto:

    Bella storia, fa piacere sentire che non lasciare solo qualcuno può renderlo felice.
    Penso che già portartelo a casa lo abbia reso felice. In tutto questo stona solo l’ottusità del poliziotto che naturalmente applica la legge senza ragionare.
    Il bello è che quando la vogliono violare non ci pensano troppo su.
    Vabbè, vai M. hai dato una speranza a tutti quelli ai quali le cose non vanno bene.
    Non mollate ragazzi, checchè se ne dica non siamo soli!

  15. Blixxxa ha detto:

    Che bella storia. Davvero tanto.
    Mi sono pure commossa un po’

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