Linea 670: le mie banlieues

Segnalazioni, riprese, trackback, citazioni: Questo post è stato segnalato da:

Storie – “oggi ho il tempo solo di…”
CompagnaSpa – “Un Signor Post…”
Carmen Asteria – “Domande sparse”
Tostoini – “Lamentario”
Evdea – “Parigi. Racconto di un viaggio.”
Giramundo – “Eppure sono volti!”
Storie – “Sempre più lontano dagli occhi”
ErreNoveNove – “Ah, les Banlieues!”
Questo post è rilasciato sotto Creative Commons pertanto è copiabile in tutti i sensi 🙂 Se possibile, però, segnalatemelo 🙂 Grazie.

Premesse.
Parlerò di Francia. Che Vintervila mi fustighi pubblicamente per ogni cazzata che dico.
Questo è un very long post, non è romantico, è solo molto amaro. E’ stato scritto da me apposta per questo blog, pertanto non sarà pubblicato altrove. Altrove sarà pubblicato altro (ma vi passerò il link). Qui si mette ciò che non si può pubblicare altrove.


Veramente il titolo originale del brano dei Ratti della Sabina che ispira titolo e testo di questo post (e che riporterò in corsivo qua e là sparso) è Linea 670, ma qui il numero cambia.
La Linea 670 è una linea di autobus di Roma, che dall’estrema periferia, quella “banlieu” romana fatta di casermoni enormi dove vivono ammassate migliaia di famiglie nel totale degrado (soprattutto sociale), porta in centro.
Invece quando si scende dal treno, alla stazione di La Raincy, se si riesce ad uscire dalla stazione (già… perchè io per non tradire le mie origini napoletane… ero andato fin là con un biglietto falso), occorre invece prendere la Linea 601A per arrivare a Clichy sous bois.
La sera prima eravamo stati a La Corneuve ed alla periferia di Bobigny, scoprendo che erano quartieri ben diversi da come sono stati descritti sui giornali.

Giocano i bambini, giocano i bambini fra carcasse d’auto, lavatrici e copertoni.
Giocano i bambini, giocano i bambini nascosti in fondo a un pozzo dove annegano i pensieri e il vento se li porta, il vento li accompagna carico di mare e di cattivi odori, il vento è un sogno grande che arriva da levante racconta le sue storie e poi scompare all’orizzonte.

A dire il vero di carcasse d’auto, lavatrici e copertoni per strada non se son visti, ma che ci vogliamo fare, il brano si riferisce alla periferia di Roma, di gran lunga più degradata di quella della Parigi delle rivolte. Anzi se proprio devo dirla tutta, di degrado non ce n’era molto, e per scovarlo occorre faticare non poco. Qui da noi è molto più visibile. Ci hanno descritto una Clichy-sous-bois degradata, fatta di edifici cadenti, semidistrutti, abitati dalla feccia di Parigi. Invece quel quartiere è fatto esattamente come si vede in queste foto sul sito del municipio. Ed i miei occhi hanno visto esattamente quel che si vede in queste foto.
Con la differenza che qui non arriva l’odore del mare, ma il vento sì. Un vento che sa di Parigi, sa di ricchezza, sa di opulenza, sa di francesi come chi vive qui, ma francesi… diversi. E subito scompare, quel vento. Perchè non sempre per chi vive qui è facile passeggiare per Place de l’Etoile.
Chi esce e va in centro si sente addosso gli occhi dei parigini e incollata in fronte l’etichetta “banlieusard”, che non è un complimento. Le loro case sono state fatte bene e con tutti i crismi, progettate per viverci in quattro, poi sono state assegnate a famiglie di 6 o 8 persone (Internazionale.it).
Per evitare che escano dal quartiere, molte linee di mezzi pubblici terminano alle 16.00, in modo da rendere difficile spostarsi da là. Chiamatela “ghettizzazione”, se volete. Io la chiamo in un altro modo.
Nonostante questo, hanno parchi pubblici, aiuole curate, scuole, negozi (tutto lì nel quartiere, eh! Guai a farsi venire l’idea di spostarsi!), formando un posto tutto sommato vivibile.
Non tanto a Clichy sous bois, ma in posti come La Corneuve ci andrei ad abitare di corsa.
Qui (foto accanto) invece non ci andrei mai ad abitare, forse neanche se mi danno un appartamento gratis (ho detto forse ;P). Ma non è Parigi. E’ Roma, via Ignazio Silone, Quartiere Laurentino. E non solo per l’architettura ed i trasporti, ma anche per altri motivi sui quali tornerò tra poco.  Mi sa che occorre ricordare le rivolte per la luce elettrica e per gli ascensori, fatte appena due anni fa in quei palazzi di 16 piani… ma si sa, spesso abbiamo tutti la memoria corta, pronti a focalizzare sull’estero,  spesso senza guardare sotto casa.

E corre corre il tempo e balla a piedi nudi sopra le auto rubate che brillano alla luna e sull’asfalto gonfio di caldo e di sudore, di mosche e di zanzare, di vino e facce al sole. E scendono le stelle truccate come neve con maschere d’argento e tutti i denti in mostra e portano preghiere e canzoni da suonare quando l’inverno arriva ed ogni notte è una scommessa.

E’ un posto molto triste, lo ammetto. Triste ma a suo modo dignitoso, e le persone che ci vivono sono straordinariamente normali. Certo, non è una comunità aperta. Diremmo qui da noi che tendono a farsi i fatti loro. L’unica volta in cui qualcuno mi ha parlato (eccetto quando abbiamo fatto acquisti al centro commerciale) è stato perchè hanno temuto che fossimo agenti di polizia. Analisi ingenua, la loro, dettata probabilmente dalla sorpresa di trovare due facce nuove (e bianche!) nel quartiere. In realtà sono circondati da poliziotti, ma tutti in borghese e rigorosamente di colore. Quando si allontanano di pochi chilometri, vengono subito fermati, controllati, perquisiti, quasi si trattasse di un check point in piena Gerusalemme. Già, di pochi chilometri, perchè poco più in là c’è La Raincy, quartiere fatto tutto di villette a schiera monofamiliari o al massimo bifamiliari, tutte rigorosamente a due piani, con giardino, e Mercedes o BMW parcheggiato fuori. Chiamatela ghettizzazione, se volete; io la chiamo in un altro modo.
Lo “stacco” anche panoramico tra La Raincy e Clichy sous bois è tremendamente netto. Da una fermata d’autobus alla successiva, cambia il paesaggio di colpo: le villette a schiera terminano improvvisamente, ed iniziano i blocchi di cemento da 16 piani.
Dopo essere stato a Clichy-sous-bois, passando (e pranzando in elegante ristorante italiano dove si è mangiato uno schifo) per La Raincy, facendo un confronto mentale tra i due quartieri attigui, ci siamo detti più volte “se fossi di Clichy, a questi di La Raincy gli brucerei l’auto, però dovrei essere incazzato parecchio per farlo…”.
Ci hanno raccontato balle, sui giornali italiani (non credo però che ci sia malafede, credo alla solita superficialità italica). Ci hanno detto: “bruciano le automobili dei vicini di casa, spesso immigrati come i loro genitori e i loro nonni. I poveri colpiscono i poveri.” (“La Repubblica”, link). Sullo stesso giornale invece leggo: “La Raincy (Seine-Saint-Denis) una delle banlieue più colpite dagli scontri” ( link)
Non hanno bruciato le auto dei loro vicini poveri. Hanno bruciato le auto dei loro vicini ricchi. Ricchi e bianchi.

Hanno occhi ritagliati dentro facce da serpente, che dicono di storie in cui non c’è da perdere niente, sono gonne colorate e mani sempre pronte a scommettersi il futuro in cambio della buona sorte.

Già… la buona sorte vale lo scommettersi il futuro. Ci hanno raccontato di orde di ragazzini assatanati. Non erano tutti ragazzini. Tra gli arrestati figurano anche ultraventenni diplomati, alla ricerca di un lavoro. Inutilmente.
Non perchè il lavoro non ci sia, ma perchè sono “beurs”.
La Francia antirazzista non ha saputo proporre altro che… far fare le assunzioni basandosi su curriculum anonimi, perchè nessuno assume chi ha il cognome africano, anche se è nato in Francia da genitori altrettanto nati in Francia, cittadino francese con diritto di voto. Ai ragazzi delle banlieues, questa storia dei curriculum anonimi piace, perchè la vedono come possibilità di trovare lavoro, di scommettersi il futuro.
Io questa idea la trovo umiliante. Sarebbe non umiliante il poter essere scelto per le proprie capacità, indipendentemente dall’origine del cognome.
Ci hanno provato, in altri modi. Ma le fiaccolate notturne non sortiscono risultati (neanche in Italia, a dire il vero). Pare che per una strana legge di natura, più sia alto il grado di “democrazia moderna” di una nazione, e più sia necessario, per farsi ascoltare, dar fuoco ad almeno un cassonetto dell’immondizia. O qualcuno ha dimenticato la “rivolta degli ascensori” al Laurentino nel 2003?
All’epoca tutti facemmo a gara per schierarci dalla parte dei manifestanti, che chiedevano il diritto ad un’abitazione dignitosa (già perchè al Laurentino 38 si sta un po’ peggio che a Clichy sous bois), ma quella è un altra storia: sono manifestanti che avevano la pelle bianca e parlavano romanesco, per cui nessun problema se hanno dato fuoco a cassonetti e automobili.
Se qualcuno ha la memoria corta, se la può rinfrescare con questo articolo di Matilde Spadaro su Carta.org.

Gira gira il sole fra cantilene strane urlate a piena voce sui sedili della metro fra vecchie fisarmoniche mai stanche di suonare, che si aprono e si chiudono per chi le vuol sentire.

Quando provano ad andare in giro si trovano di fronte la polizia che fa controlli frequenti, spesso abusivi e violenti, umiliando e insultando i ragazzi.
Non è colpa della polizia in questo caso. Il problema è politico. Vengono mandati (appositamente) in quei luoghi poliziotti non formati al dialogo, ma solo alla repressione, che sono ancora più giovani e impauriti, e che se si trovano a mal partito… se la svignano (Internazionale.it).

Ci hanno detto che sono ragazzi violenti, aggressivi. Boh, non ho capito perchè non mi hanno fatto del male.
L’unico che forse mi avrebbe potuto far del male, è stato un ragazzo che si è accorto del fatto che avevo in mano una telecamera digitale. Si è quasi spaventato, ha iniziato ad allontanarsi abbastanza in fretta, voltandosi molto molto spesso. Gli ho fatto cenno che non l’avrei inquadrato, si è tranquillizato ma a continuato a darsela a gambe. Mi è rimasto il sospetto che se l’avessi ripreso con la telecamera mi avrebbe menato violentemente. Avreste detto che è un violento, un teppista, un delinquente, ma chi mi conosce sa bene che se qualcuno mi riprende con una telecamera senza chiedermi il permesso… posso arrabbiarmi davvero molto. Nel mio caso però non si direbbe che sono violento. Si direbbe che sto salvaguardando il mio diritto alla privacy. Che ci vogliamo fare, io ho la pelle bianca. Chiamatela ghettizzazione, se volete; io la chiamo in un altro modo.
Il Municipio sembra che si adoperi per far qualcosa, e non si evince solo dal sito internet. Siamo stati al Municipio. Non siamo riusciti a parlare con nessuno, poichè era domenica mattina, ma abbiamo notato molta informazione verso i cittadini, ed anche il manifesto di un consiglio comunale aperto ai cittadini proprio sugli eventi della rivolta. Ma a quanto pare anche il Municipio non può nulla. Ed i giovani continuano a prendere botte, insulti ed umiliazioni tutti i giorni.
Chiamatela ghettizzazione, se volete, io lo chiamo apartheid.
Li ho visti rassegnati e costretti a subire un regime di apartheid mascherato da democrazia.
Sono decenni che scoppiano rivolte nelle banlieu, per tutti i motivi finora descritti. Infatti questa ultima rivolta, in Francia, viene etichettata come “la più intensa dalla metà degli anni ’80”, già perchè allora (20 anni fa) ci furono danni maggiori. Più o meno ogni 10 anni c’è una rivolta, e sempre per gli stessi motivi.

E a notte sono fuochi che si alzano oltre il muro che scaldano fortune indifferenti al falso e al vero che brillano negli occhi e nell’eco lontano di parole incomprensibili urlate contro il cielo.

Fuochi nella notte di Parigi.
Cosa ci si aspettava? Un altro ’68 che non ci sarà? Una rivolta di intellettuali? Una rivolta da parte di chi ha ideologie politiche da seguire? No. Le rivolte le fa chi le cose le subisce, e chi subisce è sempre chi è più escluso, chi non ha voce, chi quando prova a parlare viene etichettato come delinquente (se riesce a parlare). Aspettiamoci sempre d’ora in poi, rivolte di teppisti, delinquenti, gente che non ha nulla da perdere, gente messa ai margini dalla società opulenta. Non sono rivolte di poveri ed ignoranti come poteva accadere 100 anni fa. Sono rivolte di chi non vede alcuna possibilità di miglioramento per il futuro, perchè questa possibilità gli viene negata con forza e violenza. E’ il mondo che cambia.
Fuochi nella notte di Parigi.
La strada istituzionale per far valere i propri diritti non è semplicemente fallita: non è mai decollata. L’apartheid è cosa dura, e unisce tutti i bianchi, di destra come di sinistra, fa succedere cose assurde come la protesta per il fatto che nella nazionale di calcio ci siano più neri che bianchi. E quando si prova la strada istituzionale e si ricevono come risposta repressione, manganellate, e l’essere definiti pubblicamente “canaglie”, basta una scintilla piccola a far accendere i fuochi, i fuochi delle auto davanti alle ville di La Raincy. Se poi la scintilla è caratterizzata da due adolescenti morti folgorati, i fuochi diventano 300, e se il ministro risponde: “tanto loro sono feccia”, i fuochi diventano 1500.
Bruciata anche una scuola di Clicy sous bois (video girato da me alla fine del post), ma non il Municipio, forse proprio perchè prova a fare qualcosa.
Poco tempo fa, si ragionava su questo argomento proprio su questo blog. Ho sentito voci dire, e non con tutti i torti… anzi, con molte ragioni, cose tipo: “Sì ma passando alla violenza, le loro ragioni vanno a cadere. Bruciano le auto. Sono teppisti violenti. Avranno solo repressione.”
Giusto. Tutto giusto. Già ho espresso un parere circa la Rivolta degli Ascensori. Anche loro erano violenti? O non lo erano perchè erano bianchi? O forse è perchè i ragazzi delle banlieues francesi sono disoccupati, mentre notoriamente al decimo ponte del Laurentino 38 (uno dei più degradati) vivono un ufficiale di marina e degli agenti di polizia? Loro possono dar fuoco all’arredo urbano, ed i ragazzi di Parigi no?
I ragazzi di Clichy sous bois sono violenti in quanto neri? Allora per coerenza occorre dare del “nero teppista violento” anche a Nelson Mandela, anzi di più: i ragazzi di Clichy (e di altre banlieu) hanno dato fuoco alle automobili, lo slogan di Mandela invece era “Lotta armata fino alla vittoria”.
La risposta è no e non solo perchè Mandela era politicizzato mentre questi ragazzi di politica non ne sanno nulla. La differenza è altrove.
La differenza sta nel fatto che mentre in Sud Africa l’apartheid era dichiarato, in Francia è subdolo, mascherato da democrazia.
Allora va bene definire violenti i ragazzi di Clichy, ma forse occorrerebbe decidersi, e sarebbe ora, di definire come violenti anche tutti i regimi di Apartheid, sotto qualunque veste essi si presentino.
Ora che ho visto con i miei occhi, è questa la mia Parigi. E’ questa la mia banlieu.

Sono ladri, banditi, straccioni, delinquenti, vagabondi senza patria, sporchi e strafottenti…
…Sempre meglio di cravatte, di colletti e denti bianchi, che se con una mano danno…
…con l’altra prendono per venti.

Per approfondire:
Municipio di Clichy sous bois (ovviamente in francese)
Banlieu 93 – Fotoblog da La Corneuve/Clichy sous bois
Clichy sous bois sui blog francesi (tutto in francese, ovviamente)
Internazionale.it sulle Banlieue
CompagnaSpa – “Da che pulpito…”
Popoblog – “La Francia brucia”
Pontedincontro.it – Laurentino38

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