Alex on tour 2004/2005. Sesta Tappa: Wadowice 6 gennaio

Il tavolo è pieno di bottiglie, una sola d’acqua, poi ci sono sciroppo, succo di frutta (alla mela) e vodka.
La gentile mano femminile avvicina la bottiglia ai tre bicchieri, e lentamente versa: un dito (uno solo!) di sciroppo al lampone, dal caratteristico colore rosso scuro, poi un dito (uno solo!) di Zubrowka preziosa vodka polacca. Lo sciroppo, più pesante della vodka, va subito sul fondo, per cui nel bicchiere si forma un doppio strato: uno rosso, uno bianco trasparente… esattamente uguale alla bandiera polacca.
Una seconda manina appare sulla scena e compie la magia che porta a termine la poderosa costruzione: quattro gocce di tabasco in ogni bicchiere.
Eccolo fatto. E’ lui: il cane pazzo, cocktail polacco da bere in un solo sorso. Talmente buono che molta gente di solito gradisce fare il bis (io causa alcool non ricordo bene, ma forse ho fatto anche il tris)… ma facciamo un passo indietro, e vediamo come ci siamo trovati in questa situazione alcoolica.

Mezzanotte in punto, il tassista sdentato, dal viso simpatico che da l’idea di uno che nella vita si chiama “Tonino”, spinge sull’acceleratore dopo aver detto qualcosa in polacco, senza che io capissi un tubo.
Wadowice, piccolo centro della regione denominata Malopolska (Piccola Polonia), zona montuosa della Polonia meridionale, scorre rapidamente ai lati dell’auto: è poco più di un paesino tra i monti.
Il taxi esce rapidamente dal centro e si addentra nella piccola periferia. Anche qui palazzi bianchi razionalizzati che sembrano prefabbricati, anche qui eredità alienante costruttivista, volta ad uniformare tutto e tutti, con la differenza che almeno qui i palazzi (come visibile nella foto a lato) sono più piccoli: non c’è mai stata una grande richiesta abitativa come nelle grandi città.
Il taxi si ferma proprio in questo quartiere. Siamo a destinazione.
Paghiamo una cifra che qui da noi in Italia è qualcosa di ridicolo, tipo meno di due euro, e restiamo per un attimo ad osservare il palazzone, stretto tra altri quattro palazzoni uguali. Il taxi è già lontano. Quattro gradi di temperatura. Umidità molto alta. Si gela.
Io: “Dove entriamo?”
Lei: “Qua. E’ questa l’entrata”
Io: “Sicura? A me sembrano tutte uguali…”
Lei: “Non ti preoccupare, è qua!”
Io: “Ma perchè non ci sono i cognomi sui citofoni?”
Lei: “Perchè qua si usa mettere i numeri…”
(per inciso: solo su quel citofono era stato messo un adesivo giallo con il cognome, ma ovviamente non ci abbiamo fatto caso)
Io: “Va bene saliamo. A che piano è?”
Lei: “Boh non mi ricordo.”
Siamo sull’ammezzato tra il secondo ed il terzo piano.
Io: “Ok perfetto! Dai fai uno squillo sul suo cellulare..”
Lei: “Non sono abilitata a fare telefonate in Polonia..”
Io: “Io si. Dai faccio io il numero..”
Lei: “Ok, dille che siamo già per le scale…”
Io: “Dice che l’utente non è raggiungibile, credo..”
Lei: “Perchè ‘credi’? Lo dice o no?”
Io: “Eh ma lo dice in polacco… non ho capito una mazza!”
Lei: “Ah, comunque è un telefono fisso!”
Io: “Uh! E ora?”
Sbam! Si spegne la luce. Io sono sull’ammezzato tra il terzo ed il quarto piano, lei è al quarto piano che guarda le porte senza targhette.
Io: “Come si accende la luce?”
Lei: “Boh…”
Io: “Come boh! Si accende con l’interruttore!”
Lei: “QUALE interruttore?”
Io: “Boh… provane qualcuno a caso…”
Lei: “E se è il campanello di una porta?”
Io: “Eh pazienza, chiediamo scusa oppure scappiamo..”
Lei trova l’interruttore a tempo e riaccende la luce per altri tre minuti, poi scende e torna al terzo piano.
Io: “Che si fa?”
Lei: “Boh proviamo a chiamare a voce alta..”
Io: “Ma cioè.. siamo tra il terzo e il quarto piano di un palazzo, non sappiamo quale è la porta ed è mezzanotte e venti… mica possiamo metterci a gridare di aprirci…”
Lei (sottovoce): “G…”
Io: “Si si, così sicuro che ha sentito.”
Lei: “Non rompere, scemo!”
Io: “Concordo. Provo a ritelefonare.”
Intanto penso: “Cca parimm e ruje strunz”. (Trad. dal napoletano: qua sembriamo i due stronzi… che imbranati…).
Driin Driiin. Sento lo squillo dietro la porta bianca del terzo piano.
Io: “E’ qui! E’ qui!”
Lei: “No non bussare al campanello, e se ti sei sbagliato?”
Io: “Ma come… l’ho sentito che è qui!!”
Forse abbiamo fatto un po’ di trambusto, fatto sta che sentiamo scattare la serratura della porta in questione, che finalmente si apre.
Appare finalmente sul pianerottolo LEI, la mitica G., una delle mie blog star preferite, l’unica persona che per conoscerla ho fatto un viaggio di 2400 Km (distanza Roma/Wadowice).
Per chi non lo sapesse, G. è la mitica persona che scrive il meraviglioso blog Varsavia caput mundi.
G. ci fa entrare in casa, ci facciamo un po’ le feste tutti e tre, poi ci inizia al tasso alcoolico medio delle fredde notti polacche.

Le abitazioni venute su come funghi durante gli anni ’70 e ’80 nei paesi dell’ex patto di Varsavia mostrano anche all’interno di rispettare alla perfezione i canoni dell’iperrazionalizzazione degli spazi: i soffitti sono leggermente più bassi rispetto ai nostri, il “bagno” ed il “cesso” sono due stanze separate e diverse! Nel “bagno” ci troverete lavandino, vasca/doccia ecc. mentre nel cesso propriamente detto c’è praticamente solo la tazza, ed il bello è che la stanza è grande esattamente quanto la tazza non un centimetro quadro in più!
Per leggere altre amenità su come è fatta una casa del genere, vi basta leggere la descrizione fatta qui da G. nella parte del suo post con il testo di colore rosso.
Unica nota negativa… MOLTO negativa: in pratica in Polonia, stando a quanto mi è parso di capire, l’acqua distribuita nelle case NON è potabile! Pertanto… se ci si dimentica di comprare l’acqua minerale al supermercato… si rischia di patire la sete… e si resta una sera intera ad implorare un sorso di woda niegazowana (acqua non gasata)..
Nonostante tutte le falde acquifere e sorgenti presenti… nulla da fare: bere l’acqua dal rubinetto provoca rapidamente problemi intestinali… (meno male che G. mi ha avvisato…).

Resto della notte passata a riprenderci dalle fatiche del viaggio da Budapest fin qui; situazione sul fronte interno: gelo totale (in sintonia con il clima polacco).
Il giorno dopo piove, per fortuna con poco vento. Dalla finestra c’è il panorama visibile qua a lato.
C’è poca luce, ma questo chiaramente non può fermare il nostro peregrinare per Wadowice.
Soprattutto il MIO modo di peregrinare…
Tanto per cominciare lascio a casa di G. un po’ di tutto: documenti di riconoscimento, soldi, ecc. Di tutto. Se trovano il mio cadavere non sapranno neanche chi sono. Ovviamente NON me ne accorgo.
Cammino per le strade reggendo l’enorme ombrello prestatomi da G. (che è a lavorare), formato ombrellone, di quelli che se si alza un po’ di vento ti tirano via.
Primi 10 passi, prima scivolata sul bordo del marciapiede. Altri 100 metri, seconda scivolata. Mi appello alla mia concentrazione e pronuncio la frase: “Oggi qualcuno finirà col sedere per terra, ma NON SARO’ IO!”. Nelle due ore successive scivolerò altre due volte.
Dopo qualche giro e qualche visita (notevole la mostra sui presepi che c’è nello stesso edificio dell’ufficio turistico), troviamo riparo in un bar, dove ancora una volta commetto l’errore di prendere qualcosa di caldo…
…contenente caffeina! Provate ad immaginare un caffè polacco, fatto da un barista polacco con macchina polacca… cosa deve essere. Quasi un’esperienza mistica, devo dire. Talmente mistica che nei giorni successivi della mia permanenza in Polonia non ho più toccato caffè…
Al tramonto recuperiamo G. dopo il lavoro, decido che è ora di comprare una nuova pellicola fotografica, visto che ho praticamente ultimato quelle che mi sono portato dietro dall’Italia. Dopo aver patito un po’ per far capire alla commessa polacca che, in assenza di una 135 da 400 ASA, mi andava benissimo una 135 da 200 ASA purchè fosse da 36 pose (e senza l’intervento di G. non ci sarei riuscito), mi accorgo finalmente di stare senza soldi e senza documenti.
Vado completamente nel pallone, poichè ho interpretato l’episodio non come una dimenticanza, ma come l’aver perso tutto per strada. Ho avuto pensieri da imbranato tipo: “Ora se non mi arrestano… non posso più uscire dalla Polonia”.
Si va bene, basta una telefonata all’ambasciata… lo so! Ma sono andato completamente nel pallone. Atteggiamento spaventato ma che è stato interpretato come “pesante”, per cui la congelata situazione interna si è anche aggravata a causa di questa mia molto magra figura 😦
Solo quando sono rientrato a casa ed ho trovato tutto ciò che mancava, mi sono ripreso. Poi G. mi ha fatto bere un paio di cane pazzo e tutto si è ristabilito, anche se oramai il rimanente della mia clamorosa frittata è fatto.
La sera l’abbiamo passata splendidamente. A cena con due amici di G. Una coppia davvero fenomenale: entrambi polacchi, con lei che parla un discreto italiano, lui neanche una parola ma ci siamo capiti lo stesso a gesti o parlando in napoletano (tanto è internazionale).
Ho potuto apprezzare sia l’ospitalità ed il calore umano polacchi, sia… le virtù della loro ottima cucina! Soprattutto per quanto riguarda pane e carne… sanno farci molto bene 🙂
La serata è terminata (dopo non ricordo quanti bicchieri di succo di frutta corretto alla zubrowka) con i casini del fronte interno… ma c’è anche la necessità di dormire: domani prossima tappa. Una splendida tappa.

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