Alex on tour 2004/2005. Quinta Tappa: La grande traversata 5 gennaio

Il treno è fermo nella stazione dal nome impronunciabile da almeno 20 minuti.
Il poliziotto di frontiera slovacco mi guarda con volto inespressivo mentre gli porgo un mio documento valido.
Penso a che brutto sia il suo lavoro. Tutti i giorni in una stazione ferroviaria al confine con l’Ungheria, a salire e scendere dai treni, e controllare i passaporti, sempre con la stessa espressione assente.
Guarda la data di scadenza, vede che è in regola, accenna il gesto di richiudere, restituirmi il documento e passare avanti, ma poi si sofferma sui miei dati anagrafici.
Vedo il suo sguardo scorrere in verticale, mentalmente scandisco la sequenza di ciò che legge: nome, cognome, data di nascita, luogo di nascita, residenza, ecc.
Richiude il documento ed accade qualcosa di imprevisto: me lo restituisce, mi fissa negli occhi e sorride! Un sorriso sincero e carico di simpatia.
Prima di me ha controllato altri documenti, senza sorridere nè guardare negli occhi. L’ho visto.
Ci scambiamo questo sguardo profondo ed inaspettato, ricambio il sorriso. Abbozza addirittura un inchino con la testa e si allontana verso il prossimo viaggiatore.
Non posso neanche salutarlo, se non con lo stesso suo sorriso, non ho idea di quale possa essere un saluto di cortesia in slovacco. Potrei dirgli “viszontlàtàsra”, ma forse non è il caso di usare il saluto che si usa dall’altra parte del confine a cui fa la guardia.
Non saprò mai il perchè di questo comportamento anomalo. Ho varie ipotesi valide: ha il mio stesso nome di battesimo (che è piuttosto diffuso sia in Slovacchia sia in Repubblica Ceka), ha la mia stessa data di nascita (dico giorno e mese… per quanto riguarda l’anno credo che abbia circa 10 anni in meno di me), è gay ed ha pensato che potrei essere il suo tipo (tutto è possibile).
Di fronte a me c’è la Robbi che ha perso la scena (aveva l’impegno di mordere un panino) e, quando racconto quell’attimo, non mi crede.
Finalmente il treno riparte. Mi lascio l’Ungheria alle spalle, dopo aver attraversato tutta la regione settentrionale.

Pochi chilometri, e ci accoglie la città di Bratislava. Dipinta sempre come la ridente città danubiana, con piccole vie, un celebre castello ed edifici antichi… come nella foto qui a lato.
Quel che invece appare alla nostra vista è tutt’altro! Una distesa di palazzi figli del costruttivismo sovietico. Massa di cemento armato bianco, massiccia presenza di strutture simili a prefabbricati con spazi iperrazionalizzati…
In effetti se si osserva bene questa foto, si nota che ai due lati dell’immagine, giusto al centro, sono tagliati due immensi palazzoni… Ecco quella è la “grande Bratislava”, nascosta nelle foto mostrate ai potenziali turisti, ma occupa la maggior parte della superficie della città!

Il treno abbandona Bratislava alle nostre spalle, oramai all’imbrunire in questa Est Europa che paga il prezzo del cambio di fuso orario con questi giorni invernali brevissimi.
Poco prima di Breslavia, passano di nuovo a controllare distrattamente i documenti, ben due volte, e passiamo in Repubblica Ceka. L’attraversamento della Repubblica Ceka sarà lungo, fuori è oramai buio, il treno è molto rumoroso.
Ancora poche ore e siamo a Ostrava, la terza città della Repubblica Ceka, che ospita da quasi un secolo uno dei più importanti tornei di scacchi d’Europa e del mondo. Ricordo che tanti anni fa (circa 15) sognavo spesso di riuscire un giorno ad andare a vedere il torneo di Ostrava (partecipare no, è al di fuori delle mie possibilità umane).
Anche Ostrava mostra i segni dello sviluppo edilizio e industriale indiscriminato degli anni ’80… E’ tutto una distesa di ciminiere da un lato, ed i soliti palazzoni bianchi costruttivisti dall’altro… Ritirerò le foto solo domani sera, per cui non mi è ancora possibile metterne qui una… ma massimo tra un paio di giorni provvedo 🙂
C’era una volta la Cecoslovacchia, ed era una nazione grande, poco larga ma piuttosto lunga. Ora è spezzata in due, ma quando era una sola, era il motore dello sviluppo industriale ed economico dell’area del patto di Varsavia, ed ancora oggi se ne vedono gli effetti, e non solo per quanto riguarda la produttività, ma anche per la più alta percentuale europea di piogge acide.
Il viaggio prosegue, passato a giocare al vecchio gioco del “non ti conosco, è la prima volta che ti vedo”, tanto le altre persone presenti erano tutte Ceke e (forse) non capiscono un’acca di italiano, fino a che non mi controllano di nuovo i documenti, con la consueta freddezza ed il consueto distacco, due poliziotti con la sgargiante divisa blu della polizia polacca.
Dal momento dell’entrata in Polonia, il treno cambia acustica. Tutto diventa più rumoroso, le rotaie sferragliano maggiormente, il treno vibra. Una linea un po’ malmessa…
E’ ora di imparare a dire qualche misera parola in polacco… sono riuscito a capire che “tak” vuol dire “si” e che “nie” vuol dire “no” 🙂 Con qualche sforzo sono riuscito a pronunciare “grazie” e “prego” (ma non saprei certo scrivere queste parole) e addirittura ho capito quale è la pronuncia corretta dei nomi di alcune città come Lodg e Wroclaw!
Va be’ confesso… so dire anche “salsiccia” e “salsiccia bianca”…
Tempo di un’ora, poi finalmente scendiamo a Katowice, dove il buio (sono le 19.40) ci nasconde alla vista i soliti palazzacci dall’architettura alienante, che ben vedremo al ritorno.
Sul fronte interno registro una giornata di tregua (complice il viaggio)…
Questa parte del viaggio è terminata. Abbiamo compiuto la grande traversata da Budapest a Katowice, dall’Ungheria alla Polonia, attraversando l’ex Cecoslovacchia. Buona parte del vecchio blocco europeo separato da noi dalla “cortina di ferro”… è passato sotto le rotaie di questo treno. 9 Ore di viaggio.
Non è però finita qui. Ci aspetta un altro treno, un’altro spostamento di un’ora oggi stesso, poi ancora un’ora di autobus fino alla nostra destinazione…
…ma questo sarà oggetto della prossima tappa.

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