Alex on tour 2004/2005. Quarta Tappa: Budapest 2-3-4 gennaio

Quando l’aereo scende al di sotto dello spesso strato di nubi, la prima cosa che vedo comparire è la sagoma inconfondibile del lago Balaton. Strano a dirsi, ma mentre l’aereo perde quota non mi sento straniero, mi sento come chi finalmente torna a casa dopo più di due anni.
Un’ora dopo, a bordo di un taxi guidato da un autentico pilota urbano che si esibisce in una serie di sorpassi azzardati, attraversiamo il Danubio sul ponte Petofi. Rieccomi a Budapest per la terza volta, destinazione: un hotel in Frankel Leo utca.
Clima mite, troppo stranamente mite per essere in Ungheria ai primi di gennaio. In ogni caso, tanto vale approfittarne: il tempo di disfare i bagagli, fare una doccia, e via… siamo già sul lungodanubio a fotografare il Parlamento da tutte le angolazioni possibili. Quattro battute in ungherese tanto per ridere, tipo un “szep kebel” o un “szepseg baba”, qualche “viszontlàtàsra” e qualche “jö napot” e ci fiondiamo nella metropolitana a Batthiany ter, destinazione una delle piazze principali di Pest, a me molto cara: Deàk Ferenc ter.
Anche qui due città fuse assieme ma divise: Buda sulle colline sulla riva occidentale del fiume, Pest nella pianura sull’altro lato, unite dai ponti spettacolari.
Serata in giro per Pest, nel mercatino di Belvaros ad acquistare portapane di stoffa ricamati a mano, un caffè viennese in un bar (il caffè come lo intendiamo noi… lì è imbevibile), e ci lasciamo accarezzare dalla sera danubiana.
Atmosfera “di casa” per me, oramai.
Alle 20.00 si alza il vento. Lungo il Danubio blu scende la violenta tramontana ungherese, gelida e rapida, ci colpisce, ci prende a schiaffi; facciamo fatica a camminare, in certi tratti il non essere spinti all’indietro richiede qualche sforzo!
Ancora metropolitana da Kussuth Lajos ter, e ci ritroviamo a mangiare Röfi Töfi (un piatto caratteristico ungherese a base di cotolette) in una piccola trattoria nelle viuzze alle spalle di Moskva ter.
Serata incantevole! Senonchè commetto l’errore di affrontare un discorso in modo meno sereno rispetto a quanto avrei dovuto, rovinando le cose. Ecco, come al solito sbaglio, ma dagli sbagli imparo. Imparo sempre più. Stavolta ho imparato ad essere più sereno nel parlare delle cose (speriamo che serva a qualcosa).
All’uscita dalla trattoria per la prima volta ascoltiamo il tipico suono del clacson degli autobus di Budapest. Chi è con me non l’aveva mai sentito, e lo prende per il suono di un’automobile.
La stanchezza del viaggio si fa un po’ sentire… per cui metropolitana e rientro in albergo.

Nuovo giorno. La città è tutta nostra, fin quando la luce ce lo concederà. Sì perchè in Ungheria vige la nostra stessa ora. Forzata ad essere nello stesso fuso orario… ma anche se legalmente l’orario è quello, la natura segue comunque il suo corso, e l’Ungheria sta più ad est c’è poco da fare, per cui il sole sorgerà prima rispetto all’Italia (e tramonterà prima)… risultato finale: tramonto verso le 15.50, alle 16.00 è irrimediabilmente buio.
La siklò (funicolare) ci solleva in pochi minuti sulla collina del Castello di Buda, ci ritroviamo a passeggiare tra il Palazzo, la basilica di San Mattia e lo stupendo gioiello del Bastione dei Pescatori (foto a lato). Il Ponte delle Catene sotto di noi.
Un’ora (di luce) persa per guadagnarci una banale insalata (mica i camerieri imbranati esistono solo in Italia…) ed ammirare un imbranato idiota che non era in grado di cambiare il fanalino posteriore della sua auto, e siamo di nuovo in marcia verso la splendida (ma ventosa) Cittadella.
La Cittadella è il luogo più panoramico della città, situata sul punto più alto di Buda. Arrivamo lì quasi al tramonto, all’ora in cui il Danubio assume un colore blu molto intenso, donando una vista a tinte forti decisamente diversa rispetto ai paesaggi mediterranei.
La struttura ospita al momento una mostra temporanea dedicata all’occupazione (e distruzione) di Budapest da parte dei nazisti nel 1944. Devo ammettere che mi ha fatto un certo effetto osservare le immagini d’epoca con i palazzi bombardati e distrutti… Sotto le foto c’era anche scritto il luogo (via/piazza/ecc.) dove era stata scattata la foto. Ho riconosciuto quasi tutti i luoghi (oramai sono piuttosto pratico della città) e fatto mentalmente il paragone tra quanto visto dal vivo e quanto accaduto nel ’44. E’ stata una mostra che mi ha segnato particolarmente.
Avrei anche voluto parlarne, ma non ci sono riuscito. Come spesso mi succede in questi casi, mi metto a riflettere tra me e me.
Un tram ci porta a Deàk Ferenc ter, e la vecchia metropolitana, con le stazioni storiche ancora intatte come erano ai primi del ‘900, ci fa giungere a Piazza degli Eroi (in ungherese è un nome impronunciabile, lo giuro!) con lo spettacolare effetto ottico del monumento del Millennio.
Il monumento è molto grande, ma è stato collocato nella enorme piazza in modo particolare, per forzare l’occhio del visitatore a vederlo piccolo. Quando si esce dalla metropolitana, viene istintivo pensare: “tutto qui?”… Poi, avvicinandosi, si scopre che in realtà si tratta di un’illusione ottica dovuta alla composizione architettonica dell’intera piazza.
E’ oramai buio sulla città che considero una sorta di “seconda patria”, ma questo non ci impedisce di prendere un tram a caso, guardando a stento il numero, e finire nell’estrema periferia sud di Buda, accanto alla vecchia stazione Kelenfëld, nel pieno di un quartiere immenso che risale ai tempi del patto di Varsavia, con enormi edifici in cemento bianco e con spazi razionalizzati, figli del costruttivismo di sovietica memoria.
Inizia a piovere, entriamo in una birreria del quartiere di Etele ter, dove nessuno parla nessuna lingua che non sia l’ungherese.
Ordiniamo due sör (birre) e le sorseggiamo in attesa che finisca di piovere. Il locale è fumoso, e siamo gli unici ad avere due birre (gli altri ne hanno da quattro in su).
Per chiudere degnamente la serata… riattraversiamo tutta la città da sud a nord, per andare in uno stupendo ristorante tzigano a mangiare un gulash di tacchino coi fiocchi e rovesciare un bicchiere di vino su una maglia bianca…

Tarda mattinata. Piove. Siamo alla stazione del Volànbusz, di nuovo a Etele Ter, nel quartiere “sovietico” della sera prima. Abbiamo l’autobus diretto al “Parco delle Statue” (szoborpark), il luogo in cui sono stati depositati tutti i monumenti cittadini d’epoca comunista (e subito rimossi dopo i fatti dell’89).
Saliamo sull’autobus e porgiamo all’autista i biglietti. Li guarda distrattamente e nota che andiamo al szoborpark… Ci punta addosso i suoi occhi azzurrissimi e gelidi e ci guarda con odio. Con profondo odio. Per un attimo mi viene il sospetto che ci stia per accoltellare.
La pioggia si fa più intensa, ed arriviamo al Parco… che non offre alcun riparo.
L’intera superfice del parco è un autentico pantano, tranne pochi punti nei quali per ventura si è venuta a trovare un po’ di ghiaia.
Mi sporco scarpe e pantaloni (e non solo io). Affondo nel fango.
Descrivere il Parco delle Statue, opera di Eleod Ákos junior, uno dei maggiori architetti ungheresi contemporanei, è opera non ardua poichè non è grande, ma in ogni caso impegnativa. Comunque c’è chi lo ha descritto meglio di me, per cui chi è interessato ad approfondire il contenuto di questo museo a cielo aperto può cosultare il sito dello szoborpark, in versione italiana a dire il vero tradotta un po’ male, se poi qualcuno se la sente… può leggere la versione ungherese…
Qualche souvenir allo shop del parco (magliette ed un orologio con stella rossa) e prendiamo il resto dell’acqua e vento in attesa del Volànbusz che ci riporta a Budapest. Piccola bufera ungherese presa in pieno.
Giungiamo a Deàk Ferenc ter semplicemente distrutti e congelati. Una rapida corsetta verso Belvaros, nonostante la stanchezza, e ci infiliamo nel primo ristorante che troviamo, in cerca di qualcosa di caldo, di molto caldo…
Il fango sulle scarpe ha resistito tre giorni. Quello sui pantaloni è stato rimosso poco fa dalla lavatrice.
C’è poco da fare per il resto della serata: siamo a pezzi e non ci sentiamo neanche molto bene, oltretutto il tour continua: domani si riparte. Di mattina.
Voglio cogliere l’occasione per ringraziare la persona che mi ha accompagnato in queste mille peripezie: grazie Robbi per avermi fornito una brillante scusa per ritornare a Budapest!

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