Il mio arrivo in Ungheria

La prima volta che giunsi in Ungheria fu per me una specie di folgorazione, già avevo intuito che avrei visto una terra magica, ma quel che vi ho trovato si e’ rivelato al di sopra di ogni aspettativa…. appena superato il confine. Un clima diverso dal nostro: una nazione senza nessuno sbocco sul mare e senza montagne alte. Una nazione con la cultura del fiume e della pianura.
L’arrivo alla stazione Keléti, con tutte le sue decorazioni ed i suoi stucchi neoclassicheggianti, che ricordano perennemente il passato asburgico della città, è stato per me il momento della decisione che sarei presto tornato di nuovo in Ungheria… ed ero appena all’arrivo!
La stazione popolata di strani mendicanti: gente seduta sotto una pensilina con davanti a sè una scacchiera, inivitavano i turisti a giocare con loro (ovviamente con soldi in palio). Ovviamente non mi sono messo a giocare contro di loro, all’epoca praticavo gli scacchi a livello agonistico, per cui sapevo bene (e so ancora) che un maestro di scacchi ungherese ti batte comunque. Anche se sai giocare molto bene… pero’ rimasi a sbirciare, incantato nel vedere come fregava dei turisti inglesi con dei tipici trucchi da scacchista professionista.
Il resto del percorso fu in metropolitana, una metropolitana elegante e puntuale che mi ha condotto dalla stazione fino a Moskva Tér. La piazza ha un’archietettura perfettamente triangolare e gli edifici sono un preciso bilanciamento tra l’Europa centrale e l’Europa dell’est. Ricordo che rimasi stupito dalla triangolarità della piazza.
Da Moskva Tèr, un normale autobus urbano mi portò, attraversando il bel quartiere Szépilona (dove tra l’altro si e’ mangiato mooolto bene), fino a Zugliget, una strada all’estrema periferia occidentale di Buda, dove avevo alloggio.
Quelle due prime settimane di permanenza, mi furono utili per essere completamente sedotto dalla città, e per portarmi dietro per sempre la voglia di tornarci sempre più spesso.
Come dimenticare la ferrovia dei bambini, il parco delle statue, la cittadella di Buda, il Széchenyj Lanchìd (Ponte delle Catene, è quello nella foto), giusto per citare alcuni ma solo alcuni dei luoghi più monumentali?
Ma come dimenticare anche le semplici strade, le semplici piazze, da Astoria a Deak Tér…
Soprattutto come dimenticare, che dopo le prime due settimane… riuscivo a pronunciare *solo* due parole in ungherese: Chokolom (saluto rispettoso che i bambini fanno agli adulti) e Viszonthlatàshra (un normalissimo “arrivederci”). Mi sono divertito ad osservare come gli ungheresi siano orgogliosi di avere una lingua difficile da imparare per un non-finlandese, in quanto lingua non indo-europea.
Budapest con il suo “Parco del Millennio” monumentale rispetto a tutto.
Budapest con i suoi mercatini che sembrano quelli di Napoli.
Budapest con i suoi quartieri degli anni ’50 che sembra la Mosca di Breznev.
Budapest con la sua cittadella che sembra la Vienna del 1850.
Budapest con il suo incontro/scontro tra oriente e occidente.
Budapest che si affaccia su una pianura talmente grande, ma talmente grande, da aver dato luogo per secoli ad una cultura. Una pianura talmente grande che a confronto la pianura padana è un francobollo. Una pianura talmente grande che intere generazioni hanno vissuto senza mai vedere “oltre” cosa ci fosse. La Puszta (pronuncia corretta: pusta). La pianura sconfinata. Quella che nessuno prima di Attila era riuscito ad attraversare.
Budapest, che nel 1989 si è affrettata a “traslocare” fuori città tutte le statue del caduto regime comunista.
Budapest che ha tanto traffico come Roma, strangolata dai semafori e dagli ingorghi che sembra la Tiburtina alle 8.30 del mattino.
Va be’ stasera la febbre mi sta portando a scrivere le cose un po’ in ordine sparso, poi appena sto meglio magari posto qualcosa di piu’ ordinato o qualcosa sui miei viaggi successivi 🙂

P.S.: questo viaggio è avvenuto quattro anni fa, nel frattempo ho imparato a dire molte altre parole in ungherese….

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